Digital Edu Academy: studenti e cittadinanza digitale
Nei laboratori della Digital Edu Academy, gli studenti riflettono su identità, social, intelligenza artificiale e metaverso, trasformando esperienze digitali in consapevolezza critica per abitare l’on-life con responsabilità, etica e relazioni autentiche nel futuro tecnologico contemporaneo.
Abitare l’on-life: i ragazzi si raccontano dai laboratori della Digital Edu Academy Cosa significa per un adolescente vivere nell’era “on-life”, dove la realtà fisica e quella virtuale si fondono continuamente? La risposta non si trova nei manuali di tecnologia, ma nelle riflessioni, nei meme e nelle analisi che gli studenti hanno condiviso sulle loro bacheche digitali di lavoro durante i primi laboratori della Digital Edu Academy.

Il percorso, strutturato su più anni con la guida di don Giovanni Fasoli e il sostegno di Paffoni spa, non vuole essere un semplice insieme di nozioni, ma un cammino progressivo dove ogni esperienza vissuta dai ragazzi si collega a quella successiva, trasformando la consapevolezza personale in saggezza collettiva.
Step 1: Comprendere se stessi per aprirsi agli altri
Il punto di partenza del progetto è la riscoperta della propria identità e delle relazioni nel mondo digitale. Per comprendere l’importanza della privacy e della reputazione online, i ragazzi sono partiti da un lavoro introspettivo, mettendosi in gioco attraverso la creazione di meme personali incentrati sulle proprie caratteristiche positive. Una scelta metodologica precisa: prima di ragionare sui rischi del digitale, occorre chiedersi chi si è — davvero, non solo online.
Il risultato ha sorpreso per la profondità. Gli studenti del Liceo Classico hanno trasformato il formato leggero del meme in un momento di autentica introspezione, confermando quanto la narrazione digitale di sé sia oggi un atto identitario a tutti gli
effetti (Goffman, 1959; Turkle, 2011). Una studentessa ha scelto un’immagine ironica sull’essere paziente e altruista: “io quando mi dicono che sono paziente e altruista” : una forma di ironia che cela il riconoscimento di una qualità reale. Un altro ha costruito un meme sul peso del percorso liceale, in cui all’invito di uscire nel pomeriggio risponde il carico di “studiare la seconda declinazione greca, 100 pagine di storia e scrivere un tema di 3 pagine”: una battuta che rivela la capacità di nominare i propri sacrifici con leggerezza. Un terzo studente ha sintetizzato la propria vita in tre impegni — musica, sport, classico — con la conseguenza ironica che “non vedi mai i tuoi genitori”. Questo uso del meme come specchio identitario rispecchia le dinamiche descritte da boyd (2014), secondo cui gli adolescenti costruiscono la propria presenza online attraverso continue negoziazioni tra autenticità e immagine pubblica. Lo strumento digitale è diventato un mezzo per esprimere sfumature intime della personalità che nella vita quotidiana spesso restano inespresse.
Questo lavoro sulla propria unicità non rimane fine a se stesso, ma si connette direttamente al livello successivo. Solo scoprendo il valore del proprio specchio digitale, infatti, i ragazzi possono sviluppare l’empatia necessaria per rispettare l’identità altrui e comprendere l’impatto dei propri comportamenti all’interno della rete.
Step 2: Sviluppare il pensiero critico e la responsabilità
Una volta compreso chi si è all’interno della rete, il percorso porta i ragazzi a fare un passo in avanti: analizzare i meccanismi economici e gli algoritmi che governano il web, passando da fruitori passivi a navigatori critici. È il momento in cui la consapevolezza di sé diventa lente per leggere il mondo digitale con occhi nuovi.
Analizzando i dati globali sull’uso delle piattaforme, un gruppo di studenti ha formulato una riflessione puntuale sui modelli economici dei social network, in linea con quanto documentato da Zuboff (2019) nel suo studio sulla “capitalismo della sorveglianza”: “I dati ci mostrano che i social non sono solo più piattaforme di intrattenimento ma giganteschi ecosistemi di profilazione economica. È fondamentale capire che, quando un servizio è gratis, il prodotto siamo davvero noi e i nostri comportamenti quotidiani”.
Una presa di coscienza che non è rimasta astratta: un secondo gruppo ha analizzato i rischi strutturali dell’automazione, richiamando le preoccupazioni già sollevate da Brynjolfsson e McAfee (2014) sul futuro del lavoro nell’era digitale:
“Sempre più aziende stanno sostituendo i lavoratori con sistemi automatici per ridurre i costi, rischiando di eliminare tantissimi posti di lavoro, anche in settori specializzati. Questo processo aumenta fortemente le disuguaglianze sociali, concentrando ricchezza e potere nelle mani di poche grandi aziende tecnologiche”.
Da questa consapevolezza è nata l’esigenza di costruire regole etiche chiare per proteggersi. Un gruppo di lavoro ha coniato una formula che sintetizza l’approccio al benessere digitale, coerente con il framework del “digital well-being” proposto da
Przybylski et al. (2013): “Spesso entriamo sui social in modo automatico, lasciandoci trasportare passivamente da algoritmi e notifiche. ‘Connettere la testa’ significa usare il senso critico per avere consapevolezza del tempo che spendiamo online. I social sono ottimi strumenti, ma funzionano bene solo se siamo noi a guidare loro, e non viceversa”.
La stessa direzione è stata percorsa da un altro gruppo, che ha formulato con altrettanta lucidezza la difficoltà di fondo: “Troppo tempo passato nel metaverso porta a una forte dipendenza dalla tecnologia e difficoltà ad apprezzare il mondo reale”.
Questo passaggio – che insegna a non farsi guidare dagli algoritmi – diventa il ponte ideale verso lo step successivo del percorso. Chi impara a dominare lo strumento digitale oggi acquisisce la maturità necessaria per affrontare le sfide tecnologiche più complesse e i dilemmi etici del domani.
Step 3: Progettare il futuro tra etica e relazioni reali
L’orizzonte finale della Digital Edu Academy proietta gli studenti verso le nuove frontiere tecnologiche — l’Intelligenza Artificiale, il Metaverso, gli occhiali smart — chiedendo loro non solo di analizzarle, ma di prendere posizione. È il momento in cui il pensiero critico costruito nelle fasi precedenti diventa strumento di lettura del futuro. Come sottolineano Luckin et al. (2016), la vera competenza digitale non consiste nel saper usare gli strumenti, ma nel comprenderne le implicazioni etiche e sociali. La domanda che guida il lavoro è semplice e radicale: che tipo di futuro vogliamo costruire, e con quale consapevolezza?
Il dibattito nei laboratori si è acceso proprio sui forti contrasti della rivoluzione tecnologica. Da un lato, gli studenti hanno evidenziato i vantaggi pratici, come il “miglioramento dell’efficienza nel lavoro, la nascita di nuove opportunità digitali e
l’accesso facilitato a strumenti avanzati”. Dall’altro, i ragazzi hanno subito sollevato interrogativi di natura etica. Un gruppo ha espresso forte preoccupazione per il divario sociale:
“Chi non ha accesso a queste tecnologie o competenze rischia di rimanere tagliato fuori dalla vita lavorativa e sociale”, mentre un altro gruppo di lavoro ha messo in guardia contro la perdita di umanità: “Il completo affidamento all’AI riduce la necessità dell’uomo in molti ambienti, facendo perdere creatività, ragionamento critico e la capacità di relazionarsi”.
Il rischio di un distacco dalla realtà fisica è un tema che tocca profondamente gli adolescenti, e che richiama le riflessioni di Sherry Turkle (2015) sulla solitudine generata dalla connessione permanente. Un gruppo di studenti ha osservato che se il
Metaverso permette di “creare delle esperienze che non sarebbero possibili altrimenti”, il pericolo reale è di “perdere la cognizione del tempo e non saper riconoscere cos’è finzione e cos’è realtà”. Un altro gruppo ha messo a fuoco il paradosso fondamentale: “La vita digitale porta a una riduzione drastica, quasi totale, del contatto umano. La difficoltà è distinguere un mondo reale da un mondo AI: questi due mondi contrappongono le proprie abitudini e i propri bisogni attraverso punti di vista differenti”.
Un terzo gruppo descrive l’evasione virtuale come “il segnale di un totale distacco dal proprio io reale”. Un altro gruppo ha approfondito il tema degli occhiali smart con lucidezza, riconoscendone le enormi potenzialità — “vedere le traduzioni in tempo reale e le mappe direttamente sulla lente senza isolarsi dal mondo è incredibile” — senza però tacere i nodi irrisolti: il prezzo di lancio di 799 dollari li rende accessibili solo a pochi, e restano aperti “i soliti dubbi sulla reale durata della batteria e sulla privacy, dato che i LED di notifica della fotocamera non bastano a rassicurare tutti quando si cammina in mezzo alla folla”.
L’intero percorso trova la sua massima sintesi e il suo compimento emotivo nelle parole di un gruppo di lavoro che lancia un bellissimo appello a non dimenticare il valore del presente:
“A volte siamo più concentrati sul telefono, dando più importanza ad amicizie superficiali… invece di osservare ciò che ci circonda e ciò che ci fa sentire vivi. Alcune occasioni capitano solo poche volte e se stiamo con gli occhi rivolti verso il basso fissi su uno schermo rischiamo di perdercele per sempre”.
Un pensiero che si sposa perfettamente con la sveglia emotiva lanciata da una studentessa:
“Siamo sempre connessi ma alla fine siamo soli davanti a uno schermo… ci perdiamo un sacco di momenti reali fuori casa. È una sveglia per ricordarci di mollare il telefono e goderci la vita vera prima di pentircene”.
Un cammino integrato
Leggendo i lavori dei ragazzi, emerge con chiarezza la forza di un percorso
interconnesso: la scoperta della propria sensibilità (Step 1) fornisce le basi emotive per comprendere i pericoli della profilazione e del controllo online (Step 2), e questa ritrovata consapevolezza critica diventa l’unica vera difesa per non perdersi nelle illusioni del virtuale e dell’intelligenza artificiale (Step 3). Un gruppo di studenti lo ha espresso in modo folgorante, anticipando le preoccupazioni di Haidt (2023) sulle conseguenze cognitive della dipendenza digitale: “Tanto facciamo uso delle macchine che stiamo diventando come loro: statici, privi di pensiero proprio e condizionati a essere impassibili e freddi. Ed è questa la cosa più spaventosa di tutte”. La risposta a questa deriva non è il rifiuto della tecnologia, ma la sua padronanza consapevole.
Come ha sintetizzato un altro gruppo riflettendo sui film visionati: “Dobbiamo imparare a usare la tecnologia per migliorare la realtà, non per sostituirla. Il futuro non deve essere una fantasia da cui fuggire, ma un mondo per cui valga la pena combattere”.
È questa la promessa che la Digital Edu Academy raccoglie e rilancia: formare non utenti passivi, ma cittadini digitali che sappiano scegliere, costruire e — quando serve — resistere.
I laboratori della Digital Edu Academy dimostrano che gli studenti non sono spettatori passivi del cambiamento. Ascoltando le loro voci, la scuola si impegna a dare continuità a queste riflessioni, trasformando i loro spunti in quella saggezza “on-life” necessaria per guidare, e non subire, il mondo di domani.

Riferimenti bibliografici
- boyd, d. (2014).It’s complicated: The social lives of networked teens. Yale University Press. https://www.danah.org/books/ItsComplicated.pdf
- Brynjolfsson, E., & McAfee, A. (2014). The second machine age: Work, progress, and prosperity in a time of brilliant technologies. W. W. Norton & Company. https://wwnorton.com/books/the-second-machine-age/
- Goffman, E. (1959). The presentation of self in everyday life. Anchor Books. https://archive.org/details/presentationofse0000goff
- Haidt, J. (2023). The anxious generation: How the great rewiring of childhood is causing an epidemic of mental illness. Penguin Press. https://www.anxiousgeneration.com
- Luckin, R., Holmes, W., Griffiths, M., & Forcier, L. B. (2016). Intelligence unleashed: An argument for AI in education. Pearson. https://www.pearson.com/content/dam/one-dot-com/one-dot-com/global/Files/about-pearson/innovation/open-ideas/Intelligence-Unleashed-Publication.pdf
- Przybylski, A. K., Murayama, K., DeHaan, C. R., & Gladwell, V. (2013). Motivational, emotional, and behavioral correlates of fear of missing out. Computers in Human Behavior, 29(4), 1841–1848. https://doi.org/10.1016/j.chb.2013.02.014
- Turkle, S. (2011). Alone together: Why we expect more from technology and less from each other. Basic Books. https://www.basicbooks.com/titles/sherry-turkle/alone-together/9780465010219/
- Turkle, S. (2015). Reclaiming conversation: The power of talk in a digital age. Penguin Press. https://www.penguinrandomhouse.com/books/233732/reclaiming-conversation-by-sherry-turkle/van Dijk, J. (2020). The digital divide. Polity Press. https://www.politybooks.com/bookdetail?book_slug=the-digital-divide–9781509534456
- Zuboff, S. (2019). The age of surveillance capitalism: The fight for a human future at the new frontier of power. PublicAffairs. https://shoshanazuboff.com/book/about/











