La didattica in un mondo che cambia
Il mondo cambia rapidamente. Solo la scuola sembra immutabile, da secoli. Cattedra, professore che parla, alunni che ascoltano. E ascoltano sempre con minore attenzione. I soliti due o tre secchioni che partecipano, chiedono, dialogano. Altri quattro o cinque invece fanno finta, annuiscono ma pensano ad altro.
I restanti non si accorgono di dove sono, seguono pensieri intermittenti, tra impegni sportivi di giornata, cotte folgoranti e fidanzamenti effimeri, ansie da social, difficoltà in famiglia… ah, sì, anche Carlo Magno che viene incoronato imperatore, come spiega adesso. Ma lo studierò da solo, a casa. Tanto il prof sta ripetendo ciò che è scritto nel manuale e io so leggere. E persino cercare un video su YouTube, nel caso. In fondo il prof oggi è inutile.
No, per fortuna non è sempre così. Non in tutte le scuole. Sicuramente non al Don Bosco, e in particolare non nella sezione che viene definita, per comodità, “digitale”. Come si svolgono le lezioni in queste classi? Che cosa c’è di particolare? Impossibile spiegarlo per bene in un articolo rapido. Bisognerebbe farne esperienza diretta (venite, si può). Proviamo comunque a lasciare qualche suggestione.
I tre fondamenti sono: classe rovesciata, no lezione frontale, uso del PC. L’ultimo è il meno importante ed è funzionale agli altri due.
Che cos’è la classe rovesciata? Nella situazione tradizionale, il professore spiega, gli alunni ascoltano, a casa svolgono gli esercizi. Dovrebbero, anzitutto, anche studiare, ma sappiamo bene che memorizzano solo il giorno prima della verifica, nel migliore dei casi. L’importante è completare i compiti. Ma è proprio in quel frangente che occorrerebbe avere di fianco il prof., per capire bene, controllare, sciogliere un nodo. Passare da soli dalla teoria (ripetere a pappagallo) alla pratica (aver capito) non è agevole. Ci siamo: la classe rovesciata non assegna compiti a casa. Gli esercizi si fanno in classe. E a casa? Si studia. Oppure si svolgono compiti più “autentici”, magari leggere in inglese e registrare un audio (ecco perché il PC diventa utile). Ma studiare da soli senza spiegazione del prof. non è più difficile? No, perché il prof. in classe “innesca” l’apprendimento con qualche spunto essenziale e perché ha preparato lui stesso i materiali facilitanti per lo studio: mappe, schemi, slide, un testo semplice, e così via (altro motivo che spiega l’uso del PC). E poi, ovviamente, in classe il professore interviene per “rispiegare”. Quindi si raddoppia la tiritera? No, perché la spiegazione integrativa, per ciò che non si è capito, sarà puntuale e personalizzata, utile magari anche per scoprire le difficoltà di studio e le tecniche per diventare sempre più autonomi. Ma se i compiti si svolgono in classe, si faranno per forza meno argomenti: come si può aggiungere all’attività del mattino lo svolgimento degli esercizi senza semplificare drasticamente la didattica? Qui passiamo al secondo pilastro: si può fare tutto evitando la lezione frontale. Mentre il docente spiega a chi ha davvero bisogno, stando tra i banchi a fianco degli studenti, e adattandosi alle capacità dell’alunno con cui dialoga, gli altri lavorano, da soli o in gruppo, seguendo le istruzioni fornite dal docente. Se stanno svolgendo i compiti, potranno chiedere l’intervento del prof., che intercetterà i dubbi e aiuterà ciascuno a ragionare sulla base delle sue specifiche difficoltà. Non perdiamo dunque tempo nel parlare frontalmente a venti o più ragazzi, illudendoci che siano allo stesso livello. La lezione non è una passeggiata in gruppo (dove comunque ci sarebbe qualcuno che si attarda) e i ragazzi non sopportano la catena di montaggio standard definita dai libri e dai programmi. Ogni testa funziona in modo diverso e con tempi diversi. E si impara quando si è motivati e si scoprono le tecniche adeguate. Soprattutto, si apprende se si diventa protagonisti, se in aula si è attivi: non zitti ad ascoltare, ma concentrati in un lavoro o pronti a confrontarsi con il docente o con i compagni. Non a caso i banchi al Don Bosco sono disposti a “isole”. Il setting esprime collaborazione e non competizione, in un sistema davvero inclusivo.
Terzo pilastro, l’uso del PC. Ma si sarà già intuito, spero, che il computer è solo uno strumento. Ciò che conta è la relazione personale, con il docente e con i compagni (l’ambiente non sono le pareti!). Tra l’altro, in aula si usa anche poco. Piuttosto, facilita lo studio personale. Del resto, qualcuno che prima o poi insegni loro a usarlo è necessario. A dire il vero, sarebbe un obiettivo esplicito della scuola, imprescindibile soprattutto negli anni della “media”. A quattordici anni i giovani si sono già tutti tuffati negli oceani del web, anche se nessuno ha spiegato loro come nuotare e come sopravvivere ai pescicani.
Il mondo cambia davvero rapidamente, e con loro i giovani. La scuola invece è immobile. Ma non ovunque. Al don Bosco si corre, si insegue la vita, e talvolta le lezioni sono persino vivaci ed efficaci. Provare per credere.
Prof. Marco Merlin, docente e scrittore












