La Spezia: omicidio tra studenti
Oggi ci sono stati i funerali di Youssef, lo studente ucciso in classe.
Si è detto e scritto molti su questo omicidio tra compagni di scuola, tra dichiarazioni istituzionali e commenti on line.
Indignazione e rabbia, dolore e tristezza, shock profondo e frustrazione i sentimenti prevalenti. Ad emergere deve esserci anche un’analisi che indichi come questi episodi non debbano mai più ripetersi.
È stata una tragedia, nel senso più classico del termine: un susseguirsi di vicende pesanti e sempre più tese, con protagonisti di primo piano e comparse, aventi come scena la scuola, culminate in una catastrofe finale. Due famiglie comunque distrutte, un dolore immenso tra ragazze e ragazzi di quella scuola e di quella città oggi in lutto cittadino. Ci sarà senz’altro giustizia, ma situazioni irreversibili come queste aprono molte domande: tu genitore che saluti un figlio che sta andando a scuola e non lo rivedi più… O, come a Crans, lo saluti mentre va ad una festa … Il dolore dei genitori è lo stesso, straziante, indicibile, è quello che ha provato la Madonna… e che ogni genitore spera di non provare mai… È anche quel sentimento che fa sentire tutti un po’ papà, mamma, amico, amica di Youssef e che porta a chiedersi se è abbastanza quello che viene fatto dal mondo adulto per le nuove generazioni, in termini di strutture, attenzioni, servizi, progetti… Ma senza scorciatoie, dettate dall’immediato, dalla cultura dell’emergenza, dalla azione/reazione: non bastano i metal detector nelle Scuole, per individuare eventuali armi, così da renderle sicure militarmente. Riflettiamo un attimo: le Scuole devono essere prima di tutto luoghi sicuri dal punto di vista educativo, dove si sviluppano relazioni di apprendimento tra docenti e studenti/studentesse. Relazioni prima di tutto, quello di cui tutti ed in particolare i giovani hanno bisogno per crescere, confrontandosi con il mondo adulto, che così dimostra di esserci. La lezione del Covid e la voglia di ragazze/i a tornare in aula segnalava proprio che le scuole non erano solo dei “contenitori” freddi, ma che c’era invece un bisogno di “relazionalità calda” che l’isolamento stava impedendo. Eppure, di luoghi ed occasioni in cui giovani ed “adulti significativi” stanno in una relazione positiva non ce ne sono molti… Invece di dichiarazioni di principio su quanto i giovani siano importanti, siamo pieni… Basterebbe osservare quanto le istituzioni (non) investono a favore delle nuove generazioni per rendersene conto: parliamo dello 0,1% delle uscite dei loro bilanci… E sono pochissimi (un migliaio) in Italia i luoghi per i giovani (Centri di Aggregazione Giovanile) ed anche gli Oratori faticano a garantire la funzione aggregativa. La Scuola che prepara sempre meno al mondo del lavoro (si parla di dismatch tra competenze richieste dalle imprese e quelle apprese a scuola), che fa si che il nostro Paese sia tra i primi in Europa per disoccupazione giovanile e giovani che non studiano e non lavorano. Non metal detector e body scanner (o non solo), ma un ritorno al senso delle cose: nella Torino dell’Ottocento di don Bosco, la violenza giovanile era un problema enorme tanto che le carceri erano piene di minori e molti finivano impiccati (basti ricordare i racconti di don Bosco che trascorre con loro in carcere la notte prima dell’esecuzione…). In quel contesto, don Bosco elabora un sistema pedagogico che non è punitivo, repressivo o di militarizzazione dei territori, ma è educativo preventivo. Ha funzionato da allora fino ad oggi, in tutto il mondo… All’ingresso della Scuola, qui a Borgomanero, abbiamo ri-messo i campi da gioco: la santità salesiana si realizza attraverso l’allegria, il compimento dei doveri scolastici e di preghiera, e facendo del bene agli altri. “La santità consiste nello stare sempre allegri“, riassume la visione educativa e spirituale di don Bosco, fondata sulla gioia. Ripartiamo da qui.
Giovanni Campagnoli
Direttore













