A Gerusalemme, via Emmaus

Speranza perduta, fede ritrovata per mezzo della carità

Il messaggio del rettor maggiore: Don Fabio Attard

Il racconto sui due discepoli possiamo dire che è un’esperienza di trasformazione che passa dalla cecità spirituale al riconoscimento del Risorto. Commento tre movimenti che in qualche maniera hanno qualcosa di importante da dire anche a noi oggi.

La sola comprensione umana ci lascia a piedi

I discepoli sulla strada di Emmaus rappresentano il limite dell’interpretazione puramente umana. Conoscevano gli eventi – la crocifissione, le voci sulla tomba vuota – ma semplicemente come informazione. Fatti che rappresentavano soltanto una “tomba”, un “fallimento”, un “vicolo cieco”. “Speravamo che fosse lui a redimere Israele” (Luca 24:21). Tutto ridotto a cose appartenenti al tempo passato. La speranza era già morta.

Questo sentimento parla in modo potente del nostro momento. Viviamo circondati da informazioni, ma spesso incagliati nell’insensatezza. I cicli di notizie, i traumi, le contraddizioni del nostro tempo – se letti solo attraverso l’analisi umana, portano alla disperazione. La conversazione dei discepoli riflette la nostra: i fatti senza significato diventano peso anziché luce. Quello che pensavano era chiuso nella scatola delle proprie categorie umane, e queste da sole non possono abbracciare la frontiera della resurrezione.

Quante volte anche noi cerchiamo di “risolvere” la fede solo con la ragione, con l’analisi sociale, con la risoluzione di problemi istituzionali? È uno sforzo che manca l’aria del divino, uno sforzo che perde l’ossigeno spirituale.

Gesù come compagno: l’allargamento profetico

Don Bosco Borgomanero

Ciò che colpisce è che Gesù, mettendosi in cammino con loro, non si rivela immediatamente. Invece, prima ascolta (“Perché parlate di tutto questo?”), poi insegna. Non sottovaluta il loro dolore, ma lo affronta con una paziente pedagogia: “Cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro ciò che era stato detto di sé in tutte le Scritture” (Luca 24:27).

Gesù non impone la comprensione, anche se è quella di cui hanno bisogno. Gesù invita ad allargare la loro comprensione. Li invita gentilmente dal loro labirinto. Il ragionamento dei discepoli, il Messia che immaginavano, tutto questo viene ampliato e approfondito attraverso le Scritture. Il messaggio dei profeti è un testo vivo, non morto.

Il dettaglio più bello sta nel fatto che mentre ascoltavano con attenzione, tuttavia non lo riconobbero mentre insegnava. Il riconoscimento arriva dopo. Con la loro speranza ancora vacillante, offrono al caro compagno la loro ospitalità (lo spezzare il pane).

Qui abbiamo una bella lezione per noi oggi. Non si tratta soltanto di trasmettere la dottrina, nobile e urgente quanto sia. Bisogna che le persone siano aiutate con calma e pazienza a vedere la propria vita, le proprie domande, le proprie speranze all’interno di una più ampia comprensione del messaggio di Gesù. Questo ascolto chiede la comunità, si nutre di comunione. È un passo verso la vera comprensione, cioè quando si aprono “gli occhi del cuore”.

Incontrarlo nello spezzare il pane: occhi aperti senza vedere

Il paradosso è squisito: “I loro occhi si aprirono e lo riconobbero; ma egli scomparve dalla loro vista” (Luca 24:31). Lo incontrano proprio non vedendolo, ma riconoscendolo nell’azione di ospitalità e comunione.

Questo è il punto più profondo. L’Eucaristia non è solo un ricordo rituale, ma è la realtà continua della presenza di Cristo attraverso il dono e la condivisione di sé. I due discepoli “adesso” non hanno bisogno di una continua prova visiva. Hanno sperimentato qualcosa di più profondo: la partecipazione alla sua donazione.

A questi tre piccoli passi vorrei condividere alcune luci per il nostro cammino.

a. Uscire da una fede schiava dell’immediato e delle apparenze.

Anche oggi noi rischiamo di vivere la fede in Gesù con la stessa mentalità dominante del calcolo: vorrei vedere, essere certo. Accetto, sì, però con alcune condizioni.

Invece Gesù, compagno di Emmaus, ci invita ad una maniera diversa che inizia dalla vicinanza, arricchita dall’ascolto e che porta alla comunione. Questa strada è segnata dalla pazienza e dalla carità. Gradualmente Gesù ci chiede di smantellare quelle strutture di paura e di difesa che ci lasciano prigionieri di noi stessi. Il Gesù che scopriamo per mezzo dell’insegnamento ci invita ad andare oltre: entrando e assumendo il suo modello di auto-donazione. Lui ci chiede di rinunciare alle false immagini, di uscire dalle trappole di dipendenza di ogni tipo, offrendo lui stesso l’esempio: offrendo se stesso fino alla croce. Fissando gli occhi su di lui, morto e risorto, le nostre “prigioni” le riconosciamo senza paura, e le superiamo con coraggio.

b. Il vissuto autentico della fede si riconosce attraverso l’ospitalità.

I due discepoli potevano resistere alle parole di Gesù. Invece, no! Si sono lasciati sfidare. Non dimentichiamo che avevano perso ogni speranza, forse anche la fede. Però, non avevano perso la capacità dell’accoglienza, dell’ospitalità: erano ancora discepoli capaci di vivere la carità!

Qui, a questo punto, e solo in questo momento c’è la svolta: lo riconobbero dandogli ospitalità. Ospitando Gesù, Gesù ha consegnato tutto a loro, tutto se stesso. Chiedevano che Gesù rimanesse “da loro”. Invece Gesù li ha pagati rimanendo “in loro”!

c. L’Eucaristia come culmine e inizio.

Lo spezzare il pane non è la fine della storia, anzi è l’inizio della loro autentica storia. Malgrado si facesse sera, i due discepoli immediatamente tornano a Gerusalemme, alla comunità, per testimoniare. Oramai il buio esterno non ha più potere sulla luce che riempie il cuore del credente. La vera forza dell’Eucaristia è quella che spinge verso l’esterno, verso l’altro, verso l’alto.

Questa è la bellezza della fede in Cristo, sostenuta dalla speranza e vissuta con carità!