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«Nunc et in hora mortis nostrae».

In latino suona meglio. Soprattutto quando l’Ave Maria viene cantata. Sembra allora che la corrente melodica dilaghi in un estuario di tenerezza, e concentri nelle ultime quattro parole le più sanguinanti implorazioni dell’uomo.

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Maria, la vogliamo sentire cosi’. Di casa. Mentre parla il nostro dialetto. Esperta di tradizioni antiche e di usanze popolari. Che, attraverso le coordinate di due o tre nomi, ricostruisce il quadro delle parentele, e finisce col farti scoprire consanguineo con quasi tutta la città.

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Il Vangelo non dice nulla. Ma i riferimenti biblici che alludono all’ eleganza di Maria sono tantissimi.

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È vero. Il Vangelo non ci dice nulla del volto di Maria. Come, del resto, non ci dice nulla del volto di Gesù.

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No. Non vi propongo un’ulteriore considerazione sul “segno” delle nozze di Cana e sulla presenza di Maria a quel convito di festa.

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Gesù disse loro: «Il mio cibo è far la volontà di colui che mi ha mandato». (Gv 4,34). «Perché dov’è il tuo tesoro, lì sarà anche il tuo cuore». (Mt 6,21). «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo…» (Mt 13,44).

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Icona. Con questo termine si indicano le immagini sacre dipinte su legno, che gli orientali venerano con particolare devozione. Avvolte di luce, imprigionano una scintilla del mistero divino, per cui, giustamente, qualcuno le ha definite finestre del tempo aperte sull’ eterno.

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Vorrei che fosse Maria in persona a entrare in casa vostra, a spalancarvi la finestra, e a darvi l’augurio di buona Pasqua.

Un augurio immenso quanto le braccia del condannato, stese sulla croce o librate verso i cieli della libertà.

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Nelle feste c’e’ Lui.

Nelle vigilie, al centro, c’e’ Lei.

Discreta come brezza d’aprile che ti porta sul limitare di casa profumi di verbene, fiorite al di là della siepe.

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Ho cambiato il titolo all’ultimo momento. Ma vi parlero’ lo stesso di quel che avevo progettato: del rapporto, cioe’, di Maria con la morte.

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