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L’ARTE DI EDUCARE: 7. Castigare

13 Novembre 2017/in IL LUNEDI’ PEDAGOGICO/da don Giuliano Palizzi

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Ecco un verbo poco gradito e poco frequente nel linguaggio contemporaneo. Eppure… Castigare fa parte dell’arte di educare. E come tutte le arti vanno imparate. Anche don Bosco nel suo “Sistema Preventivo” ha un reparto sui castighi. Una pagina che trasuda amore e grande attenzione al ragazzo da amare, ma di un amore che fa crescere.

 Intanto sia subito chiaro:

castigare non è il verbo più importante dell’arte di educare. 

Più importanti sono altri verbi, come, ad esempio, parlare, amare, risplendere. Questi sono i tre verbi portanti dell’educazione. 

Parlare perché educare è far succedere fatti interiori, educare è convincere. Ora, solo la parola convince. Amare perché la nostra influenza arriva solo fin dove arriva il nostro amore. Risplendere perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero: è mostrare, è risplendere: è essere ciò che si vuole trasmettere. 

Tutto questo è vero, però anche il verbo castigare deve occupare un posto di tutto rispetto nell’arte di educare.

IL CASTIGO È LEGITTIMO PER PIÙ DI UNA RAGIONE

È legittimo perché avverte che non tutto è lecito, non tutto è permesso. Non è lecito picchiare un compagno, non è lecito rubare la roba agli altri, non è lecito sradicare i fiori del giardino, attraversare di corsa le strade… Chi infrange tali regole, deve accorgersene! Il castigo serve, appunto, a questo.

Lasciar correre sarebbe uno sbaglio da cartellino rosso. Un bambino abituato alla totale impunità è un candidato alla prepotenza, alla sopraffazione!

Il castigo è legittimo perché, soprattutto i piccoli, hanno bisogno di sentire che i genitori hanno la situazione in mano: ciò li aiuta a crescere più sicuri. Il castigo dimostra, appunto, che c’è qualcuno che sa come ci si deve comportare: ciò dà tranquillità al bambino.

Il castigo è legittimo perché stimola la volontà. Le punizioni sono sempre spiacevoli, sia per chi le dà sia per chi le riceve. Ebbene, ciò che è spiacevole rafforza la volontà. Servizio quanto mai opportuno per i nostri ragazzi così devitalizzati da avere, ormai, la grinta del pesce bollito o della mozzarella!

Finalmente, il castigo è legittimo perché sovente è la via più immediata e sicura per evitare spiacevoli conseguenze. Il bambino si sta sporgendo dal davanzale? Mette le dita nella presa della corrente? Qui un castigo immediato è quel che ci vuole. Lancia pietre a vanvera? Gli blocchiamo il braccio! Tira calci ai compagni di gioco? Lo facciamo uscire immediatamente dal campo.

LA MAPPA DEI CASTIGHI

Insomma, la presenza del castigo nell’educazione è più che legittima. Così legittima che nessun pedagogista ne ha mai messo in dubbio la validità! Semmai si è discusso sui tipi di castighi di cui possiamo disporre e sul modo di gestire la punizione. Lo spazio a disposizione ci obbliga a fermarci quasi esclusivamente sulla mappa dei castighi.

Primo tipo: i castighi corporali.

Sberle, ceffoni, bacchettate… Sono castighi da bandire, da non usare mai, sia perché proibiti dalla legge, sia perché hanno pesanti conseguenze negative su chi li subisce: provocano risentimento, umiliazioni, scuotono il mondo emotivo del figlio. Alla larga, dunque, dai maltrattamenti fisici! Formano catene di violenti. Chi è stato picchiato da piccolo, sarà portato a rifarsi da grande su altri.
Secondo tipo di castigo è l’ironia, il sarcasmo, la presa in giro. “Oh, eccolo il signorino con le mani di pastafrolla. Dovremo starti accanto dal pannolino al pannolone!“. Tra tutti, il castigo dell’ironia è il più dannoso: ferisce l’autostima che è una forza fondamentale della crescita.

Terzo tipo di castigo: la privazione di comodi e piaceri. “Non ti sei comportato bene: oggi niente patatine!“. “Hai bisticciato con la sorella: questa sera niente televisione!“…
Questo è un castigo che si può sfruttare: avverte del male fatto e richiede un qualche sacrificio.

Quarto tipo di castigo: il castigo morale. Consiste nel mostrarsi tristi, dispiaciuti del male fatto.

È castigo morale non parlare con il bambino per un certo tempo: “Hai detto tante bugie non ho più voglia di parlare con te!“. È castigo morale dimostrarsi di malumore. È castigo morale evitare tutti i diminutivi. Il castigo morale è castigo ‘ nobile’: non sporca le mani, non urla.

Il castigo morale generalmente funziona, specialmente con il piccolo. A tale tipo di castigo vanno tutte le nostre preferenze.

E SE VI SCAPPA LA MANO?

“Se una volta vi è ‘scappata la mano’, non angosciatevi, non fatene una tragedia.

Capita, capita a tutti, anche a me, lo confesso pubblicamente, è capitato.

L’importante è che non diventi un ‘metodo educativo’ e tanto meno un’abitudine.

Ai bambini più piccoli basterà aggiungere un pò di affetto e sarete immediatamente perdonati.

E, per quel che riguarda i più grandicelli, non pensate che sia vietato chiedere scusa e spiegare il motivo di quello ‘scatto’. Non perderete la faccia, anzi acquisterete maggior rispetto perché lui o lei si sentirà più rispettato”. (Riccardo Renzi educatore)

UN CASTIGO INDOVINATO
Marco, un ragazzo di dodici anni, con genitori in lotta continua, un mattino uccide a calci e pugni un gattino davanti ai compagni di gioco nel cortile del condominio.

Il giudice dei minori decide di punirlo perché impari a rispettare gli animali.

Per sei mesi Marco dovrà occuparsi di un gattile, il ricovero dei gatti randagi.

Dovrà lavare le gambe e le orecchie ai gatti, dovrà tenere in ordine le loro cuccette e, prima di tornare a casa alla sera, dovrà dare “almeno due carezze ad ogni animale“.
La punizione funziona a meraviglia!

La responsabile del gattile racconta: “All’inizio il ragazzo viveva l’incarico come una imposizione assurda. Poi, poco per volta, le carezze obbligatorie sono divenute spontanee. Alla fine tra il piccolo maltrattatore ed i gatti si è creato un feeling insospettato… Ora Marco ha un cane, e lo adora“.

Il fatto, avvenuto nel gennaio 2006, è un magnifico esempio di castigo intelligente che raggiunge il suo scopo: non condannare, non umiliare, ma educare.

UN CASTIGO SBAGLIATO

Un mattino il maestro corregge pubblicamente i temi. Quando è la volta del lavoro di Lucia, si rivolge all’alunna, un pò grassottella e scandisce: “Adesso capisco perché sei così cicciottella: mangi tutto, persino gli accenti, le virgole, i punti!“.

I compagni ridono divertiti, Lucia si sente fortemente ferita ‘dentro’.

Ecco un castigo da disapprovare senza ‘se’ e senza ‘ma’.

Perché colpisce una forza fondamentale della crescita: l’autostima.

Perché dimentica una verità: i piccoli possono avere sofferenze grandi.

CASTIGHIAMO MOTIVANDO

Il castigo, da solo, non risolve nulla. Ha efficacia pedagogica solo se motivato e capito. Con i “Qui comando io!” ed i “È così perché è così!“, si formano terrorizzati, non educati!

Il figlio, sia pure piccolissimo, deve venire a conoscere le ragioni del castigo. Solo così viene illuminato e può capire il perché del suo comportamento non buono.

“Non hai avuto voglia di raccogliere la carta che hai gettato per terra, così io non ho voglia di prenderti in braccio!“, “Hai aspettato troppo tempo prima di metterti a fare il compito, anch’io aspetto a darti la merenda, a preparare la cena…“.

No, non sono ricatti, ma argomenti minimi su misura di bambino e di fanciullo. Argomenti che fanno intuire al piccolo che il castigo non dipende dal nostro umore o dalla nostra forza, ma dalla ragione. È chiaro che in età preadolescenziale ed adolescenziale, le motivazioni dovranno essere più razionali e profonde. La droga, ad esempio, è punibile perché drogarsi è rottamarsi, è autodistruggersi…

Tags: Adolescenti, Pedagogia, Psicologia
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