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L’ARTE DI EDUCARE: 6. Risplendere

6 Novembre 2017/in IL LUNEDI’ PEDAGOGICO/da don Giuliano Palizzi

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

L’arte di educare non è per gente pigra!

Impiantare un uomo nuovo richiede un insieme di mosse magnifiche, ma impegnative! Le stiamo snocciolando, di settimana in settimana. Ormai, dopo 1.Seminare 2.Tifare 3.Aspettare 4.Amare 5.Parlare, siamo alla sesta: risplendere!

‘Risplendere’, sì, perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero. 

Educare è essere ciò che si vuole trasmettere!

Insomma, educare è risplendere!

Aveva ragione lo scrittore Ippolito Nievo (1831-1861) a dire che “La parola è suono, l’esempio è tuono“.

L’ESEMPIO HA UNA VALENZA PEDAGOGICA STRAORDINARIA

ALMENO PER QUATTRO RAGIONI:

PRIMO. Intanto perché i figli imparano molto di più spiandoci che ascoltandoci. I genitori forse non se ne accorgono neppure, intanto i figli fotografano e registrano: “Vorrei avere la tua buona volontà di lavorare, mamma, ma non vorrei assomigliare a te per la tua nervosità” (Simona, nove anni).

“Papà vorrei che quando mangi, non sputi nel piatto” (Marco, otto anni).

“Bisticciano sempre, ma sono innamorati, difatti a tavola papà dice sempre alla mamma: ‘versami il vino, così è più buono’” (Anna Lisa, dieci anni).

SECONDO. L’esempio ha valenza pedagogica, poi, perché ciò che vien visto compiere dagli altri è un invito ad essere imitato, è un eccitante per l’azione.

I ricercatori ci dicono che quando, ad esempio, vediamo una persona muovere un braccio, camminare, saltare… nel nostro cervello vengono, istintivamente, messi in moto gruppi di cellule (i mirror neurons: i ‘neuroni specchio’) che spingono a ripetere ciò che si è visto.

TERZO. La terza ragione della forza pedagogica dell’esempio sta in quella verità che i bravi insegnanti conoscono bene: “Se sento, dimentico. Se vedo, ricordo. Se faccio capisco“.

“Se vedo, ricordo“. Dentro ognuno di noi sono memorizzati mille gesti dei nostri genitori. È bastato vedere il loro comportamento, per non poterli più dimenticare.

L’attrice Monica Vitti confessa: “Il rapporto con mia madre è stato determinante. A lei devo tutta la mia forza e il mio coraggio, la serietà e il rigore che ho sempre applicato nel mio lavoro“.

A sua volta Enzo Biagi confida: “Di mio padre ricordo la grandissima generosità, la sua apertura e la sua disponibilità verso tutti. Non è mai passato un Natale, e il nostro era un Natale modesto, senza che alla nostra tavola sedesse qualcuno che se la passava peggio di noi… Non è mai arrivato in ritardo allo stabilimento. E io ho imparato che bisogna fare ogni giorno la propria parte“.

Anche il papa Paolo VI ha i suoi ricordi: “A mio padre devo gli esempi di coraggio. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione“.

Le testimonianze riportate ci lanciano la domanda più seria tra tutte: “I figli ci ‘guardano’. Che cosa vedono?“.

QUARTO. Finalmente l’esempio è decisivo perché è proprio l’esempio a dare serietà alle parole.

Si può dubitare di quello che uno dice, ma si crede a quello che uno fa.

A questo punto è facile concludere: educare è non offendere mai gli occhi di nessuno!

Il grande scrittore russo Feodor Dostoevskij (1821-1881) ha lasciato un messaggio pedagogico straordinario: “Io mi sento responsabile non appena uno posa il suo sguardo su di me“.

Magnifico!

Beati i figli che hanno più esempi che rimproveri!

Beati i figli che hanno genitori che prima di parlare chiedono il permesso all’esempio!

Beati i figli che hanno genitori le cui parole d’oro non sono seguite da fatti di piombo!

PRENDO NOTA 

L’educazione inizia dagli occhi, non dalle orecchie.

Oggi i ragazzi ascoltano con gli occhi.

Roberto Benigni, alludendo alla sua esperienza con Federico Fellini, dice: “Quando si sta sotto una quercia, forse rimane in mano qualche ghianda“.

I fatti contano più delle parole. La rosa avrebbe lo stesso profumo, anche se si chiamasse in un altro modo.
Per imporsi non serve la costrizione, ma l’ammirazione.

Spesso si raddrizzano gli altri semplicemente camminando diritti.

L’educazione più che una tecnica è una respirazione. Se i figli vivono in un’atmosfera elettrica, diventano elettrici…
Chi parla di dieta con la bocca piena, si auto esclude in partenza.

Quando nel deserto non vi sono le stelle e la notte è buia come la pece, restano le orme. Gli esempi sono le orme!
Quattro proverbi per terminare: “Come canta l’abate, così risponde il frate“. “La ciliegia verde matura guardando la ciliegia rossa” (Palestina). “Educatori storti, non avranno mai prodotti dritti” (Olanda). “Se la pernice prende il volo, il piccolo non sta a terra” (Africa).

IL MUSICISTA 

C’era una volta un musicista che suonava da vero artista uno strumento.

La musica rapiva la gente a tal punto che si metteva a danzare.

Per caso un sordo, che non sapeva nulla della musica, passò di là e, vedendo tutta quella gente che ballava con entusiasmo, si mise, lui pure, a danzare!

La vista persuade più dell’udito.

LA PIETRA MILIARE 
La pedagogia è stata stampata su carta milioni di volte, in milioni di copie. La trovi in tutte le lingue. Eppure l’umanità è ancora ferma. Che cosa aspetta? Aspetta testimoni in carne ed ossa, uomini di fatti e non di fiato! Poi si muoverà.

L’educazione non ama essere raccontata. Vuole essere vissuta: allora si diffonderà da sé.

GANDHI E LA RAGAZZA GOLOSA 
Una volta una madre preoccupata per la figlia che aveva preso la brutta abitudine di abbuffarsi di dolci, si recò da Gandhi.

Lo scongiurò: “Per favore, Mahatma (‘grande anima’) parla tu con mia figlia in modo da persuaderla a smetterla con questo vizio!”.

Gandhi rimase un attimo in silenzio un pò imbarazzato, poi disse: “Riporta qui tua figlia tra tre settimane, allora parlerò con lei, non prima!”.

La donna se ne andò perplessa, ma senza replicare.

Tornò, come le era stato proposto, tre settimane dopo, rimorchiandosi dietro la figlia, golosa insaziabile.

Stavolta Gandhi prese in disparte la figlia e le parlò dolcemente con parole semplici e assai persuasive. Le prospettò gli effetti dannosi che possono causare i troppi dolci. Quindi le raccomandò una maggiore sobrietà.

La madre, allora, dopo averlo ringraziato, nell’accomiatarsi, gli domandò: “Toglimi una curiosità, Mahatma: mi piacerebbe sapere perché non hai detto queste cose a mia figlia tre settimane fa…”.

Gandhi tranquillamente rispose: “Perché tre settimane fa il vizio di mangiare dolci l’avevo anch’io!”.

Prima di parlare occorre chiedere il permesso all’esempio!

Tags: Adolescenti, Pedagogia
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