Niente s’improvvisa nella vita dell’uomo. L’essere umano è sempre figlio di una determinata epoca e di un ambiente, di una cultura, co­me lo sono gli alberi.

Un abete non può crescere nelle selve tropicali né un banano sulle cime nevose. Se nella catena generazionale nasce un importante esponente umano, non spunta improvvisamente come i funghi sulle montagne. Il nostro spirito si va modellando a immagine e somiglianza degli ideali che gravitano attorno a noi, e le nostre radici si alimentano, quasi per osmosi e in forma impercettibile, del mondo delle idee che ci avvolge. Se vogliamo conoscere un uo­mo dobbiamo guardare attorno a lui, cioè studiare quello che comunemente si chiama ambiente vitale.

Accogliamo il ragazzo al punto in cui è la sua libertà.

Ogni uomo costruisce la sua personalità come un quadro dentro una cornisce. La cornice racchiude, limita, non permette trasgressioni troppo eversive. Forse non è vero che «io sono la mia libertà», ma piuttosto «io sono una libertà imbrigliata» da tutto quello che c’è intorno a me e per quanto, in un momento di indipendenza, io penso di liberarmene, non sarò mai libero al cento per cento, perché ci sono determinati messaggi e comportamenti che hanno profondamente marchiato il mio intimo e io neanche mi rendo conto, in maniera riflessa, di tutti i condizionamenti ai quali sono soggetto. Non è indifferente essere nato e vissuto in un paesino dalle tradizioni marcatamente vincolanti, dall’essere nato in una città anonima dove ognuno è sconosciuto al suo vicino. Non è indifferente essere vissuto in una famiglia numerosa, con nonni e parenti annessi, dall’essere vissuto in un monolocale, figlio unico, magari superprotetto e mangiato da uno pseudo-amore materno.

Davanti ad ogni allievo l’insegnante si chiede a che livello sia la sua libertà, quale sia la cornice della sua vita, e quindi le paure, le persone amate o temute, l’apertura sociale…

Non si può incidere educativamente se non si scopre ciò che c’è già e il livello di libertà appunto già costruito. E’ l’inizio di ogni relazione educativa: conoscere l’ambiente vitale, ciò che c’è dietro e dentro ognuno, per guadagnarsi la fiducia e offrirsi puntualmente senza interventi generici e buoni per tutti/nessuno.

«Questo ragazzo ha le capacità ma non rende come potrebbe. Questo ragazzo potrebbe fare di più». Sono le frasi che normalmente gli insegnanti consegnano ai genitori, mettendoli davanti a un problema senza soluzione. Sono le frasi che riempiono i consigli di classe. E se tutto si ferma qui è veramente poco, dal momento che l’analisi non è completa se non si è fatto di tutto per scoprire il perché avviene questo, se non ci si è impegnati a conoscere l’ambiente vitale e quindi le cause che non permettono un rendimento accettabile per elaborare una terapia adeguata insieme ai colleghi a loro volta a conoscenza della situazione.

La conoscenza nasce dall’amore.

La conoscenza nasce dell’amore: più amo più voglio saper tutto dell’altro per amarlo di più e meglio. Se questo vale per l’amore di coppia, vale anche per l’amore educativo. Questo ragazzo non si trova per caso davanti a me. Non è detto che tutto finisca quando cesserà il rapporto scolastico di un anno o di una supplenza. L’educazione non è un’avventura a termine. Si tratta di costruire insieme un pezzo della sua e della mia storia, senza sottovalutarne l’importanza, perché potrà avere conseguenze sul resto della vita. Mentre mi sforzo di educare, non posso non lasciarmi educare dalla unicità e dalla carica di umanità dell’altro,  che aspetta solo di essere accolta, per essere liberata attraverso l’offerta di continue suggestioni che l’andare dei giorni mi suggerirà. Progressivamente, senza abbuffate ma lasciandomi invadere dalla sua anima e dalla sua voglia di vivere per offrire a lui la mia anima e la mia umanità che sto costruendo con fatica ma con tanto desiderio di incontro. Ma se siamo due estranei…! Se lui è un numero di registro…! Se nei consigli di classe neanche mi ricordo il suo viso…! Se non conosco nulla di lui…! Sarà un’occasione mancata dalla sua e dalla mia parte e forse non avrò mai più l’opportunità di incontrarmi con la ricchezza della sua unicità e forse nessuno più consegnerà a lui quella fetta di futuro che io avrei potuto offrirgli. Più lo conosco e più lo amo. Ma più lo amo e più lo voglio conoscere.

Certo un insegnante di religione con 18 ore in 18 classi diverse… Ma la collegialità del corpo docente funziona? Chi ha notizie le condivida per elaborare insieme una strategia che porti ad amarlo nella sua singolarità, senza soffocarlo  ma anche senza rinunciare a fare tutto il possibile perché il mese prossimo non ci ritroviamo lì a ripeterci addosso che avrebbe potuto fare di più… Ma io insegnante ho fatto di più per lui? Ho fatto tutto quanto potevo?

L’intelligenza emotiva.

Nessuno può concentrarsi in pienezza in un’attività se non è in pace con se stesso, se non ha quel minimo di libertà per poter apprezzare quanto sta avvenendo. La scuola certo non è il centro di interesse dei ragazzi e non potrà diventare un polo attraente se un ragazzo è bombardato da relazioni parentali violente o fallimentari o troppo appiccicose, se è stato investito a sorpresa da Cupido con una freccetta micidiale che gli annebbia la vista, se si sente escluso dal gruppo dei pari perché non all’altezza, se è preso di mira dal bullo di turno che ne fa oggetto di ironia continua… L’intelligenza emotiva è quel margine di serenità globale necessaria per poter accorgersi di quel che capita e apprezzarlo nella sua bellezza e utilità. Come può un ragazzo apprezzare una lezione sull’esistenza di Dio o sull’amore del Padre se si trova a convivere con un padre violento e aggressivo o se si ritrova senza un padre…? L’insegnante è attento a tutto ciò per creare quanto più possibile un clima di ascolto, di dialogo, di apertura. Nessuno fa una cosa con impegno se dentro lui non c’è un desiderio, una curiosità almeno per quello che avviene. E non si può sempre dare tutta la colpa soltanto al ragazzo se l’educatore ignora tanti fattori che lo condizionano e se nessuno tenta di rappacificarlo con se stesso, per sbollire quella rabbia che sente contro il mondo e che non sa a chi raccontare. Non si può aprire una breccia nella mente e nel cuore di una ragazza che soffre di anoressia se nessuno si accorge che tutta la sua mente è impegnata a compiangersi perché si sente grassa e brutta mentre le sue amiche sono tutte tirate al massimo. Forse non troveremo la soluzione ideale e neanche avremo la bacchetta magica ma, conoscendo la situazione, avremo la possibilità di mostrarci attenti e non entrare in classe come un ciclone trattando tutti come piccoli deficienti da rieducare o come recipienti che aspettano solo noi per aprirsi a tutto lo scibile di cui ci sentiamo depositari!

Non prendersi troppo sul serio.

«Non credo nella possibilità di insegnare, credo in quella di imparare e per imparare, volendo semplificare, bisogna divertirsi. Così, se prima di tutto riesci a  divertirti e poi, in un secondo tempo, riesci a comunicare qualcosa, allora hai vinto. Se pontifichi e sei noioso, la gente ti tira la frutta». Parola di Sting, con tutto il rispetto! Il cantante dice: non pretendere di essere educatore perché vuoi insegnare qualcosa. Parti con l’idea che devi imparare. E la prima cosa che imparerai sarà magari proprio quella di insegnare!