«Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno».

Così inizia il capitolo 23 del Vangelo di Matteo. In questo capitolo Gesù è di una violenza incredibile e minacciosa. È un susseguirsi di «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti… guai a voi, guide cieche… serpenti, razza di vipere… sepolcri imbiancati». Viene quasi da dubitare che sia il «nostro» Gesù a parlare. Certamente sembra molto diverso dal Gesù delle parabole della misericordia (Lc 15).

Un monito per la comunità cristiana

Gli sta molto a cuore il discorso che sta facendo e non vuole che i suoi discepoli cadano nella trappola nella quale sono caduti gli scribi e i farisei che sono sotto giudizio. Ci sono argomenti che noi riteniamo importanti e ai quali Gesù ha dato scarso rilievo. Ma sulla questione dei primi posti, dei titoli onorifici, degli inchini, dei baciamani, delle adulazioni è stato di una chiarezza, di una radicalità e di una insistenza tali da rendere evidente che questo costituiva una parte centrale del suo messaggio.

Il «fariseo» al quale si rivolge Gesù non è un personaggio di un’altra epoca, ma rappresenta un modo di pensare, di giudicare, di comportarsi opposto a quello evangelico; i ragionamenti e le convinzioni dei farisei si infiltrano in modo subdolo fra i discepoli e vengono facilmente assimilati. Gesù parla alla folla dei suoi discepoli, a noi. Siamo noi che corriamo il rischio di comportarci da «farisei». Siamo noi ad essere chiamati in causa dai suoi rimproveri. Guardiamo allora alcuni aspetti del fariseismo per verificare se, dove e come si ripresenta nelle nostre comunità.

Dico ma non faccio

La legge non si cambia, dice Gesù. Ma lui è venuto a portarla a compimento, dicendoci che il sabato è per l’uomo e non l’uomo per il sabato e che il comandamento che da senso a tutti i comandamenti è quello dell’amore di Dio e del prossimo che riassume tutta la legge e i profeti; trasformando in positivo leggi che puntano solo sul non fare (e i peccati di omissione?); dicendo che tutto quello che vogliamo che gli altri facciano a noi, noi dobbiamo farlo per primi a loro; e quindi: non condannare, non giudicare, non guardare la pagliuzza negli occhi degli altri ma la nostra trave.

Certamente occupo una cattedra che non mi spetta se sono fuori da questa logica di Gesù e riduco il rapporto con il Signore all’osservanza di norme e precetti, sostituendo la profezia con i codici di leggi, predicando un giuridismo che soffoca la spontaneità e toglie la gioia di sentirsi sempre e comunque amati e accolti da Dio e quindi diffondendo la spiritualità farisaica.

Se poi sono incoerente, dico ma non faccio, mi presento come persona devota, pronuncio bei discorsi sull’amore, sulla pace, sul rispetto degli altri, ma evito ogni testimonianza sono a tutto campo uno a cui Gesù rivolge il suo discorso.

Mi piacciono le telecamere

Gesù dice che i farisei caricano pesi insopportabili sulle spalle degli altri con conseguenze devastanti: riducono la fede e l’amore di Dio alla pratica della religione; predicano la fedeltà a precetti, osservati i quali ci si può tranquillamente sentire a posto e in pace; non fanno niente per aiutare chi si sente schiacciato dal peso di tali precetti. «Non vogliono muoverli neppure con un dito», sempre pronti con le pietre in mano per lapidare i colpevoli e mai attenti a considerare le circostanze concrete, a cercare interpretazioni meno rigide, a salvare l’essenziale. Gesù si commuove di fronte a questa situazione e interviene per liberare la gente da un carico divenuto insopportabile: «Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò» (Mt 11,28-30) e invita a prendere su di sé il suo giogo, dolce e leggero, quello dell’amore che è l’unica legge sulla quale saremo interrogati: «avevo fame, sete, ero nudo, in carcere…» e «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me».(Mt 25).

Se tento di imporre carichi assurdi e insopportabili, se detto arbitrariamente norme, se mi preoccupo di minuzie cui Gesù non da importanza, se «filtro il moscerino e ingoio il cammello» sono un ottimo fariseo. Se poi godo di mettermi in mostra , di praticare le opere buone davanti agli uomini per essere ammirato, per attirare gli sguardi e avere le telecamere puntate su di me, pubblicizzando il bene che faccio, rientro a pieni titoli nel capitolo 23.

Il capovolgimento dei criteri

«I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Voi però non così! Ma il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve» (Lc 22,24-26). I titoli «rabbi, padre, maestro» sono riservati a Dio, noi siamo soltanto «fratelli, sorelle, discepoli, servi». Gesù si è espresso in modo inequivocabile: le sue parole sono tra le più chiare e le più disattese. Oggi non sarebbe meno rigido su questo punto. Inutile escogitare interpretazioni riduttive e concilianti o ricorrere a sottili disquisizioni, per tentare di giustificarci. O seguo lui o mi spetta l’attestato «fariseo doc!».