Fonte: Avvenire, di Susanna Tamaro martedì 14 gennaio 2020

Per la scrittrice se tornassimo a guardare il cosmo con la lente dell’umiltà scopriremmo un ordine profondo che è bellezza e gratuità. Ma il nostro tempo non sa più riconoscere il mistero

Anticipiamo in questa pagina un estratto dall’intervento di Susanna Tamaro nel nuovo numero di “Vita e Pensiero”, il bimestrale culturale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, in uscita giovedì prossimo. Tra gli altri contributi presenti nella rivista, l’editoriale di Vincenzo Zani sull’educazione cattolica alla luce della Popolorum progressio; la riflessione del segretario della Pontificia commissione per l’America Latina Guzmán M. Carriquiry Lecour su una auspicabile integrazione tra i paesi del Sud America; l’approfondimento di Riccardo Cristiano sul futuro per i cristiani in Siria; il dibattito tra Adriano Dell’Asta e Anna Foa sull’accostamento tra comunismo e nazismo; un intervento dello scrittore David Grossman su Israele “fortezza invece di una casa”; le considerazioni di Gigio Rancilio sugli “influencer cattolici: un identikit e un decalogo”: un panorama che presenta numeri sconfortanti dove l’unico a riscuotere attenzione è papa Francesco; “Perché l’Italia non è il Paese delle metropoli”: il declino delle città italiane visto dallo statistico Roberto Volpi.

Olga, la protagonista di Va’ dove ti porta il cuore, ha più di ottant’anni. Pochi mesi dopo l’uscita del libro, ho ricevuto una telefonata di una signora molto anziana. «Come ha fatto a descrivere così profondamente la nostra età?», mi ha domandato, «non c’è una sola parola in cui non mi sia riconosciuta!». Allora avevo appena trentatré anni. Se a trent’anni ho potuto interpretare perfettamente i pensieri e i sentimenti di una persona molto in là negli anni è semplicemente perché, da quando ho memoria di me, sono sempre stata consapevole della presenza della morte. Avevo attorno a me ancora la barriera del letto infantile che già pensavo alle sponde della bara che un giorno avrebbero accolto il mio corpo. Più che stare con i miei coetanei, amavo frequentare le persone anziane. Se ero libera di fare un disegno, al posto di una casetta con i fiori, disegnavo un cimitero o la lunga e dolorosa processione di un funerale. Per mia fortuna all’epoca non avevano ancora sguinzagliato gli psicologi nelle scuole! La vita, contemplata nel suo fluire materiale, mi sembrava priva di senso. Per quale ragione avrei dovuto ripetere ossessivamente le azioni di sopravvivenza quotidiana quando, in qualsiasi istante, tutto poteva venire risucchiato nel nulla annichilente della morte? E poi, mi chiedevo, era davvero annichilente? O invece si trattava soltanto di un passaggio? A senso unico, naturalmente, perché nessuno tornava indietro, ma pur sempre un passaggio. Pur non conoscendo ancora la paleontologia, mi era abbastanza chiara l’estrema brevità dei nostri giorni. Mi guardavo intorno, vedevo tutta la magnificente e gratuita bellezza della natura e mi chiedevo: tutto questo per una sola rappresentazione e di così breve durata?

In questo modo piano piano, in punta dei piedi, l’eterno è entrato nei miei pensieri. C’è il tempo e c’è l’eterno, …

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