(PINO PELLEGRINO, B.S.)

Vi sono piccoli che indossano un braccialetto. No, non è un cinturino o un orologio, ma un sensore. Quando il pargolo si allontana dal campo visivo il ricevitore di cui è munita la mamma, si mette a suonare. Allarme rosso! La madre scatta e intercetta il piccolo che voleva godersi uno spicchio di mondo.

Purtroppo non è fantascienza. Un celebre marchio di apparecchi elettronici di casa, ha pubblicizzato il braccialetto elettronico per piccoli. Bambini pilotati, diretti, dipendenti al 100%!

A tutti è noto il guinzaglio del cane che si allunga – non più di tanto! – regalando un breve spazio di libertà all’animale. Alcuni criminali recidivi sono, oggi, muniti di un bracciale per controllarne gli spostamenti.

Ebbene, anche se può essere urtante, l’onestà ci impone di dire che siamo arrivati a trattare i bambini come i criminali ed i cani!

Ragioniamo

Non è tempo di dire che le mamme ‘elicottero’, le mamme ‘ vinavil’, anche se pensano di amare il loro bambino, in realtà, lo annientano?

Non è tempo di smettere di trattare i piccoli come le statuine del presepio che possono godersi un po’ di luce solo una quindicina di giorni all’anno?

C’è in Italia un piagnisteo sui pericoli dei bambini che rasenta l’idiozia”, sostiene Roberto Volpi.

Questo per il guinzaglio elettronico.

In realtà vi è un secondo tipo di guinzaglio non meno inaccettabile: si tratta del ‘guinzaglio verbale‘: il guinzaglio delle parole.

“Non toccare!”. “Non correre!”. “Sta’ al sole!”. “Non stare al sole!”. “Attento che cadi!”: “Te l’avevo detto che cadevi!”. “Mettiti la maglia!”. “Togliti la maglia!”.

Ecco: bambini pilotati dal tassativo guinzaglio verbale.

A questo punto il ragionamento arriva al sodo.

Privare il piccolo di ogni forma di autonomia, è rubargli la vita!

Tutti sanno che il bambino è avido di vivere.

  • Ha gli occhi e vuole vedere.
  • Ha le orecchie e vuole aprirle.
  • Ha mani e vuole manipolare.
  • Ha gambe e vuole usarle.

Dire ad un bambino “Non muovere!”, “non toccare!” è come dirgli “Muori!”.

Ha tutte le ragioni la psicologa Anna Oliverio Ferraris a sostenere che “In nessun’epoca il bambino è stato tanto inattivo come oggi!

Il bambino ha diritto all’aria libera: in gabbia muore!

Il risponditore automatico

L’esperto Jesper Juul sostiene che i genitori devono abbandonare il “risponditore automatico”, lo strumento che, appena i figli sono a portata di orecchio, attacca con i soliti commenti educativi, di aiuto o di consiglio. È evidente che la maggior parte dei figli già all’età di tre anni smette di ascoltare la macchina parlante, mentre la maggior parte dei genitori dimentica per quali risposte l’aveva programmata. Di solito il nastro contiene un’accozzaglia di “saggezza ricevuta”, che ci arriva dai nonni, frammista a consigli più o meno attuali letti su qualche rivista o sentiti in televisione.

«Ma il fatto che lo strumento sia automatico non significa che sia innocuo; tutt’altro. Le parole in sé possono sembrare abbastanza inoffensive, ma il messaggio sottostante è distruttivo: “Tu non sei in grado di funzionare come un figlio decente/responsabile/beneducato/collaborativo se io non ti metto in testa ogni minuto quello che devi fare!”. O, come dicevano i miei genitori: “Dovresti ringraziare il cielo che ci siamo noi! Altrimenti come finiresti?!”. E quanto più il nastro lo ripete, tanto più il messaggio viene registrato.

La capacità dei figli di esprimere e praticare il loro senso di responsabilità cresce con l’età, e la stessa cosa avviene per gli adulti, i migliori dei quali sono pronti a riconoscere le proprie competenze e quelle dei loro figli».

Tra le nostre tante convinzioni, che da sempre portiamo con noi, la più radicata è questa: se i nostri piccoli si sentissero più volte dire dai genitori: “Corri a giocare!”, avremmo bambini meno tesi, meno tristi, meno violenti, meno annoiati, meno delusi dalla vita. 

È la prova della sapienza del proverbio: “La catena, non ha mai fatto un cane bravo e felice”.

«TUTTO DA SOLO!»

In un corridoio di un centro di rieducazione per bambini affetti da disabilità più o meno gravi, un bambino con le gambe inerti, imprigionate da ingombranti tutori di metallo, si trascinava rimanendo seduto sul pavimento, sbuffando e piagnucolando.

«Tiziana, tirami su!» frignava stizzito verso la giovane volontaria che lo guardava sorridendo al fondo del corridoio, a braccia spalancate.

«Aiutami!» piangeva il bambino. Ma la ragazza sorrideva e non si muoveva.

Furioso, con le lacrime agli occhi, il bambino puntò le braccia con tutte le sue forze, con uno sforzo immane costrinse le sue gambe a piegarsi finché si alzò in piedi e traballando, a passo di formica, cominciò a percorrere il corridoio.

Dopo un tempo interminabile, arrivò dalla ragazza che lo aspettava sempre sorridente, con le braccia aperte.

Il bambino si buttò in quelle braccia gridando: «Tutto da solo! Hai visto? Ho fatto tutto da solo!».

La ragazza lo strinse a sé piangendo e rimasero così un bel po’. Tutti quelli che passavano guardavano stupiti quel momento di pura felicità di una ragazza e un bambino che piangevano abbracciati.