Fonte: Avvenire, di Alessandra Smerilli e Sergio Massironi, venerdì 17 maggio 2019

Francesco indica di fare strada assieme alle nuove generazioni, anche se vanno in direzione sbagliata, suscitare domande, interrogare, ascoltare. E annunciare

Da un grande processo partecipativo, quale il Sinodo sui giovani è stato, si generano naturalmente molte aspettative. Sia nei partecipanti sia in chi ha particolarmente a cuore le nuove generazioni risorge la prima domanda, quella che Pietro e gli altri apostoli si sentirono porre già a Pentecoste: «Che cosa dobbiamo fare?» (At 2,37). Se il tema dei lavori, prima ancora del «discernimento vocazionale », riguardava i giovani e la fede tout-court, allora è legittimo aspettarsi un esito del Sinodo che riguardi la fede stessa. In effetti, nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit tra le linee di azione emerge la ricerca di vie nuove sia per l’evangelizzazione sia per il consolidamento di chi già ha iniziato a credere. Questo avviene nella consapevolezza, mai tanto esplicita in un documento magisteriale, che «una Chiesa sulla difensiva, che dimentica l’umiltà, che smette di ascoltare, che non si lascia mettere in discussione, perde la giovinezza e si trasforma in un museo» (n.41).

Al Sinodo si è riconosciuto – e papa Francesco cita continuamente il documento finale approvato dall’assemblea – che «un numero consistente di giovani, per le ragioni più diverse, non chiedono nulla alla Chiesa perché non la ritengono significativa per la loro esistenza. Alcuni, anzi, chiedono espressamente di essere lasciati in pace, poiché sentono la sua presenza come fastidiosa e perfino irritante. Tale richiesta […] affonda le radici anche in ragioni serie e rispettabili:…

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