Fonte: Avvenire, di Mauro Leonardi, martedì 26 marzo 2019

Il 25 marzo il Papa ha suggellato a Loreto il Sinodo dei vescovi svoltosi a Roma lo scorso ottobre, firmando sull’altare della Santa Casa l’esortazione apostolica Chistus vivit che consegna, in forma di Lettera, il suo messaggio a tutti i giovani del mondo.

Lo ha fatto dopo aver celebrato, lui da solo, una Messa apparentemente ‘piccola’, senza omelia, alla presenza di quattro giovani, una coppia di fidanzati e pochissime altre persone. Chi, come me, ha potuto guardare la diretta televisiva si è accorto di come il Papa cercasse, nell’umiltà di quella sua preghiera, la presenza di quella Giovane che con il suo sì di duemila anni fa aveva cambiato il mondo.

Firmare sull’altare della Santa Casa un documento che in genere viene firmato in Vaticano è un altro di quei gesti inusuali cui questo Pontefice ci ha abituato. Mi ha fatto tornare in mente quanto il Diploma di Teobaldo, a proposito dell’indulgenza della Porziuncola, racconta di San Francesco. Allora, mentre il Santo usciva serafico dalla presenza del Papa, dopo avergli spiegato il sogno, si era sentito apostrofare da Onorio come «semplicione» perché non aveva preteso per sé alcun documento scritto. Allora Francesco aveva ribattuto: «Per me è sufficiente la vostra parola. Se è opera di Dio, tocca a Lui renderla manifesta. Di tale Indulgenza non voglio altro istrumento, ma solo che la Vergine Maria sia la carta, Cristo il notaio e gli angeli testimoni».

Papa Francesco, come San Francesco, sa benissimo quanto un ennesimo documento rischi di essere ‘carta straccia’ a meno che quella carta non sia ‘la stessa Maria’. Con questo gesto, cioè, il Pontefice vuole dire che ogni cammino vocazionale è, in primo luogo, un dialogo tra l’uomo e Dio, come avvenne il giorno dell’Annunciazione per Maria. Perché non…

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