Fonte: Avvenire, Paolo Viana, inviato a Bologna martedì 16 ottobre 2018

La firma di un testo comune e l’accensione dei candelabri sono stati gli ultimi atti del 32° appuntamento. Le parole dell’arcivescovo Zuppi e della figlia di Martin Luther King.

Il silenzio avvolge piazza Maggiore alle 19 e ventisette. Tace Matteo Zuppi. Tacciono i pastori e gli imam. Tacciono le campane dei bonzi e quelle di San Petronio, che puoi sentire gorgogliare la fontana del Gigante: un minuto di silenzio per ricordare le vittime delle violenze e delle guerre, di ogni tempo e di ogni parte. Un istante che fa rivivere i protagonisti silenziosi di Ponti di Pace, perché sono quei morti, in fondo, i promotori di quest’incontro di popolo, il vero motivo per cui più migliaia di persone si sono ritrovate a Bologna per rinnovare lo spirito di Assisi, trentadue anni dopo il grande incontro interreligioso promosso da papa Wojtyla.

Quello che si è concluso martedì sera, quando i 300 rappresentanti delle grandi religioni del mondo hanno accompagnato in processione i loro fedeli, attraverso le vie del centro, alla preghiera comune per la pace, non è stato un incontro di ingenui, ciechi di fronte al divampare della terza guerra mondiale a pezzi, come la chiama papa Francesco. Semmai, «è ingenuo l’ottimismo di chi non vuole vedere che i ponti richiedono pazienza, tempo, capacità, sistema, coraggio, tanto amore» come ha detto l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi. Aggiungendo: «C’è chi pensa di trarre convenienze seminando pregiudizi e parole di condanna e inimicizia ma dimentica che queste diventano semi di azioni che poi colpiscono tutti».

Nel prosieguo della lunga cerimonia che si è conclusa con la firma dell’appello di pace e l’accensione dei candelabri, il vescovo di Haimen Joseph Shen Bin ha ammesso che «tutti i Paesi del mondo sono in teoria d’accordo con il principio di non violenza ma…

Fonte, Avvenire, di Mimmo Muolo – CONTINUA A LEGGERE