Fonte: Avvenire, di Ernesto Diaco, mercoledì 5 settembre 2018

Al loro fianco chiedono persone e non bei progetti: i giovani non ci stanno a sentirsi ripetere che il loro futuro sarà più grigio di quello dei loro padri. E vogliono costruire la vita insieme

«Caro papa Francesco, sono Letizia, ho 23 anni e studio all’università. Vorrei dirle una parola a proposito dei nostri sogni e di come vediamo il futuro». L’aspetto principale che ha caratterizzato il cammino preparatorio del Sinodo dei Vescovi su «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale», in Vaticano dal 3 al 28 ottobre, è stata la ricerca di ascolto e di dialogo con gli stessi giovani. Anche il grande incontro fra papa Francesco e le migliaia di giovani italiani, giunti a Roma «da mille strade» nei giorni più caldi di agosto, ha subito preso la forma di un reciproco guardarsi e parlarsi senza barriere e timori reverenziali. Dopo Letizia, che ha scelto la facoltà universitaria seguendo le sue passioni e non gli inviti a considerare prioritarie le esigenze del mercato, nel corso del grande incontro al Circo Massimo dell’11 agosto è intervenuto Lucamatteo, anche lui con progetti più grandi di chi dovrebbe aiutarlo a realizzarli. Martina, 24 anni, ha confidato il suo sogno di costruire una famiglia senza aspettare un’indefinita realizzazione sul lavoro. Nelle parole di Dario, 27enne infermiere in un reparto di cure palliative, sono poi emerse le «grandi domande» su Dio, la morte, l’ingiustizia della sofferenza e della povertà. Accanto a ogni interrogativo, e nient’affatto in secondo piano, l’amara esperienza della delusione, accompagnata dalla richiesta esplicita di punti di riferimento «appassionati e solidali» e della testimonianza autentica di una Chiesa «che ci accompagni e ci ascolti».

Il pensiero dei giovani su questo punto è chiarissimo: più che strategie, strumenti o metodi pastorali, chiedono persone. Adulti credibili disposti a spendere tempo con loro, offrendo ascolto e segni di fiducia. È una domanda rivolta alla famiglia, alla scuola, all’università, alla Chiesa. Rispetto ai loro coetanei di cinquant’anni fa, l’atteggiamento verso gli adulti sembra essersi rovesciato. Nel 2018, la ‘rivoluzione’ vogliono farla con i loro genitori, insegnanti, preti e datori di lavoro, non contro di loro. Lo notava di recente anche Umberto Galimberti, nel libro in cui aggiorna l’analisi di dieci anni fa sul nichilismo, l’ospite inquietante nella vita dei giovani. L’atmosfera che respirano resta pesante, spiega il filosofo, ma crolla il numero dei rassegnati. Non ci stanno a sentirsi dire continuamente che il loro futuro sarà più grigio di quello dei loro padri. Ciò che chiedono, continua, «sono insegnanti…

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