Fonte: Avvenire, di Franco Cardini sabato 18 agosto 2018

Mezzo secolo fa i carri armati sovietici invasero la Cecoslovacchia ponendo fine alla rivoluzione tentata da Dubcek. Aveva cercato di rompere lo schema repressivo stalinista, ma Mosca lo smentì

La storia europea, specie poi quella del Seicento, continua a essere una Cenerentola nelle scuole italiane (e stendiamo un velo sulla società civile, che ormai di storia non sa più nulla). Peccato: altrove il XVII secolo è stato il Grand Siècle, il Siglo de Oro: ma da noi, dopo il Risorgimento, non si è in fondo mai usciti dalla logica del «secolo delle preponderanze straniere». Se le cose stessero altrimenti, sapremmo che un tragicomico evento del 1618, la cosiddetta “defenestrazione di Praga”, segnò l’inizio di quella guerra che, protrattasi fino al 1648 (per quanto in realtà si trascinasse fino al 1659), venne definita appunto Guerra dei Trent’Anni. Una lunga fase-cerniera, che trasformò profondamente la storia dell’Occidente. Si può dire che con quella guerra, momento culminante della dinamica inaugurata dalla Riforma protestante, cessasse di esistere la compagine socioculturale della Cristianità occidentale che aveva ancor coscienza nonostante tutto di una sua intrinseca unità e prendesse vita l’Europa moderna, caratterizzata dalla laicizzazione della cultura e dall’affermarsi degli Stati assoluti. Chi con la storia ha più dimestichezza, si sorprende a pensare che in quel di Praga il numero otto sia tutto sommato di cattivo augurio. La storia della Cecoslovacchia indipendente si concluse nel 1938 sotto gli occhi attoniti dell’Europa. E se quest’anno si commemora – molto in sordina, è vero – la data “europea” del 1618, e ancor dolorosamente si pensa alla catastrofe politico-diplomatica del 1938, viva è invece la memoria di quel 20-21 agosto del 1968: ed è impossibile dimenticare le foto e i filmati dei carri armati sovietici (e di altri paesi del Patto di Varsavia sulla piazza di San Venceslao, con i carristi che escono dalle torrette dei loro giganti d’acciaio un po’ disorientati dinanzi alle proteste pacifiche ma accorate dei praghesi; è impossibile dimenticare – cinecamere e telecamere nel furono testimoni – l’immagine terribile di quel ragazzo di Praga, lo studente Jan Palach, che si cosparse di benzina e si fece bruciar vivo per protestare contro quell’aggressione e quell’invasione.

Dodici anni prima c’era stato l’“aiuto fraterno” dell’Unione Sovietica di Chrušcëv all’Ungheria: e la rivolta di Budapest dell’autunno del 1956 – chi era ragazzo allora la chiamò a lungo, romanticamente, “rivoluzione” – aveva segnato profondamente l’Europa e il mondo del dopoguerra, aveva fatto cadere molte illusioni che a proposito della possibilità della fine della Guerra Fredda si erano aperte pochi mesi prima, nel febbraio, con il XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e l’avvio del processo di destalinizzazione. I fatti del 1956 avevano segnato profondamente l’esperienza di tutte le sinistre occidentali: a partire dagli…

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