Fonte: Andrea Bonanomi, Avvenire, mercoledì 25 aprile 2018

Le elezioni del 4 marzo hanno fatto registrare una presenza di giovani alle urne decisamente superiore alle attese.

I giovani sono quindi andati a votare, nonostante un trend in forte decrescita negli ultimi anni e una disaffezione verso la politica in continuo incremento. L’affluenza è stata di poco superiore al 70%, assolutamente in linea con le altre fasce della popolazione. Nei mesi precedenti le elezioni, i segnali erano certamente di grande malcontento e di profonda indecisione: emergeva però più forte l’indecisione che la voglia di astenersi, predominante la disillusione che il disinteresse. Si prospettava infatti non tanto un segnale di rinuncia dei giovani quanto una voglia di lanciare e lasciare un messaggio di inquietudine. E il voto espresso dai giovani è stato chiaro e decisivo ai fini dell’esito finale: molti si sono pronunciati non tanto dettati da una reale convinzione ma mossi da un’insoddisfazione verso un Paese che continua a lasciarli ai margini. E quindi, per molti, il voto non è stato espressione reale di cosa vogliono quanto più un segnale di quello che non vogliono più, ovvero un’offerta e un sistema politico che in questi ultimi anni non ha parlato con loro, non ha parlato di loro, e non li ha fatti parlare.

Il 40,9% dei giovani ha infatti dichiarato di essersi recato alle urne senza una solida convinzione. Il 22,2% si è trovato a scegliere alla fine il ‘meno peggio’ e il 18,7% a votare soprattutto per non far prevalere altre forze politiche considerate dannose per il Paese…

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