FONTE: Paola Bignardi,  – Avvenire, 18 aprile 2018

Una delle sofferenze che portano è un sottile senso di solitudine, perché sentono che la generazione adulta non è disposta o non è preparata ad essere punto di riferimento per loro

«Ma che cosa ne sapete voi di noi?». È la domanda indispettita di una ragazza verso i suoi genitori che facevano alcune considerazioni non proprio benevole sui giovani; una reazione che apre almeno a due considerazioni: la facilità con cui gli adulti presumono di conoscere il mondo giovanile e il desiderio dei giovani di essere guardati con occhi liberi e ascoltati con attenzione. Ascoltare è un esercizio tanto prezioso quanto difficile: esso esige attenzione verso l’altro e la disponibilità a distogliere almeno un poco l’attenzione da sé; in tempi di esasperato individualismo ed egocentrismo, esercizio tutt’altro che semplice. Non solo: ascoltare significa anche non presumere di sapere già, di conoscere l’altro, la sua storia, i suoi sogni e le sue paure; significa saper considerare quella dimensione di mistero che ciascuna persona sempre racchiude in sé. Eppure vi è stato un periodo in cui diverse personalità della cultura e della politica sembravano andare a gara a coniare etichette con cui stigmatizzare presunti difetti dei giovani: sdraiati, bamboccioni, schizzinosi, indifferenti, ecc., una pratica che ha mostrato una sostanziale non conoscenza dell’animo giovanile e che non ha fatto altro che accrescere la distanza già rilevante tra le generazioni.

Vi sono tanti modi di ascoltare, almeno quanti sono gli scopi dell’ascolto: la curiosità, il bisogno di capire, il desiderio di stabilire con l’altro una comunicazione che può farsi sintonia profonda, condivisione, apertura al dialogo. Chi ascolta veramente è sempre disponibile a mettersi un po’ in gioco, a rivedere le proprie posizioni, a lasciarsi un po’ cambiare dalla relazione. Chi ascolta, comunica all’altro il suo interesse per lui e gli riconosce la dignità di interlocutore, lo ritiene portatore di un’esperienza, di un pensiero, di esigenze importanti. Tutto questo è tanto più vero quando ad essere ascoltati sono i giovani e a mettersi in atteggiamento di ascolto è quella generazione adulta che spesso si sente disorientata davanti ad atteggiamenti e comportamenti che stenta a comprendere. «Non capisco i giovani di oggi!»: è una delle tante espressioni che capita di sentire sulla bocca di sacerdoti, educatori, genitori, insegnanti che giorno per giorno sono alle prese con il difficile compito di accompagnare i giovani nella loro crescita e nelle loro scelte.

Il senso di estraneità che gli adulti provano di fronte al mondo giovanile è uno dei sintomi della vastità dei cambiamenti che interessano oggi le nuove generazioni, così profondi e rapidi da giustificare l’impressione degli adulti di non comprendere i giovani che vivono loro accanto. Questo però non motiva il fatto che ci si chiuda in una reciproca estraneità senza fare uno sforzo di conoscenza e soprattutto di ascolto dei giovani: del loro modo di interpretare la vita, delle loro attese, delle loro inquietudini, dei loro progetti. I giovani sono sempre portatori di una novità da decifrare, a maggior ragione lo sono i giovani di oggi, espressione di quel cambiamento antropologico che è in corso da quando la tecnologia più sofisticata e avanzata ha modificato il loro modo di entrare in relazione con la realtà, con se stessi, con gli altri, modificando il modo di dare senso alle esperienze fondamentali della vita. Così, ascoltare i giovani significa raccogliere indizi del mondo che verrà e preparasi ad affrontarlo con loro. La distanza che la velocità dei cambiamenti in atto ha creato tra le generazioni rende particolarmente importante l’ascolto: è un modo per capire e anche per far sentire l’attuale generazione giovanile meno sola…

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