Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Anche “far faticare” è una delle mosse fondamentali dell’arte di educare.

Nessuno ci fraintenda! Non vogliamo vedere i ragazzi soffrire, non vogliamo tornare al pane nero.

Se parliamo di fatica, è esclusivamente perché non vogliamo ingannare i nostri figli: ci sta a cuore che crescano liberi e forti.

LA GRANDE TRUFFA

A mio figlio non deve mancare niente; non vogliamo che soffra quello che abbiamo sofferto noi, non vogliamo che faccia la nostra vita…“: è la litania che ha contagiato, si può dire, tutti i genitori ultima generazione! 

Litania insidiosissima, avvelenata!

Sia subito chiaro: non vogliamo tornare al lavoro dell’operaio e del contadino aggiogati alla fatica come buoi all’aratro!

Ciò che vogliamo dire è ben altra cosa.

Vogliamo ricordare che troppo benessere finisce con l’uccidere l’essere: il benessere può ingrandire il corpo, ma non liberare l’anima, non farla divenire se stessa! Vogliamo dire, poi, che viziare è sempre ingannare! La vita non è una cuccagna; non è una crociera, non tutti i giorni è Natale o il compleanno.

Sì, non è mai stato così saggio il nostro più noto pediatra del secolo scorso, Marcello Bernardi, come quando ha detto a tutto tondo: “Il pensiero di poter evitare tutte le battaglie, le delusioni, i dispiaceri, è un pensiero folle, perché la vita non è così. Anzi, è ben diversa: la vita è fatta di combattimenti!“.

INSOMMA, EDUCARE È ANCHE ATTREZZARE ALLA FATICA!

Educare è porre ostacoli proporzionati allo sviluppo fisico e psichico del figlio.

Parliamoci chiaro: che cosa succede a far crescere il figlio con il sedere nel burro? Non succedono che guai. Basta aprire gli occhi: ecco tanti nostri ragazzi con la grinta del pesce bollito o della mozzarella. Ragazzi che alla prima difficoltà si accasciano su se stessi, come cerini esauriti che si accartocciano. Ragazzi mollicci. Friabili. Pastafrolla. Ragazzi con le ossa di cristallo. Fiacchi.
Alcuni li hanno definiti ‘ragazzi-peluche‘. Gli psicologi parlano di ‘psicastenia’: mancanza di resistenza alla fatica.

Al termine di una conferenza qualcuno ha domandato al sociologo: “Secondo lei la nostra è davvero un generazione ‘bruciata’?“. Il conferenziere, pronto: “Macché ‘gioventù bruciata’!: ‘gioventù bollita’!“.

Adesso è chiaro perché parliamo di fatica. Tutto ciò che è troppo dolce e caramelloso è contro l’Uomo, contro il suo emergere.

Non è forse vero che senza gli scogli le onde non salirebbero in alto?

LE QUATTRO MALATTIE PIU’ ANTIPATICHE

Parliamo di fatica perché è dalla sua assenza che nascono le quattro più antipatiche malattie della personalità.

  • Il conformismo: la malattia di chi non ha il coraggio di andare contro corrente, ma si intruppa e va dove lo porta la massa.
  • Il minimismo: la malattia di chi vive seduto, senza impegnarsi. La malattia del sei in tutte le materie, anche nella vita.
  • L’anguillismo: la malattia di chi sgattaiola via, si nasconde, ha paura di mostrarsi.
  • Il ‘pilatismo’: la malattia di chi si lava le mani: di chi guarda dalla finestra la storia passare per strada e lascia che decidano e vivano gli altri!

A questo punto si comprende perché lo psicologo americano William James (1842-1910) era solito esortare i suoi studenti universitari: “Fate tutti i giorni due cose solo perché vi piacerebbe non farle!“. Applausi!

Il ragazzo che ha la fortuna di incontrare la pedagogia della fatica, sarà un ragazzo capace di compiere il proprio dovere, un ragazzo che tiene duro anche quando la vita mostra i denti; un ragazzo che non abbandona la partita.Un ragazzo prezioso che impreziosisce il mondo!

BENTORNATO SACRIFICIO!

È pericoloso stare a lungo senza soffrire.

Una giornata senza sacrifici è una giornata di sconfitte: la volontà si allenta; il nemico (pigrizia, egoismo, animalità…) troverà più facile vincere.

Che fare, dunque?

La risposta è chiara: riaprire le porte al sacrificio!

I sacrifici possono dividersi in due categorie: i passivi e gli attivi.

I primi sono quelli imposti (per questo li chiamiamo ‘passivi’) dalla vita stessa: il lavoro, lo studio, i disturbi di salute, la convivenza umana, le condizioni climatiche…

I secondi sono i sacrifici cercati, voluti, preparati da noi stessi.

Qualche esempio?

Saltare giù dal letto elettricamente, al primo squillo della sveglia; mangiare le rape che non piacciono; bere un caffè amaro; soffrire il mal di denti senza dirlo a nessuno; aspettare che tutti si siano serviti; praticare il digiuno televisivo; non fare telefonate chilometriche…

Forse qualcuno potrà anche sorridere.

Eppure son proprio questi preziosi sacrifici che tengono a galla la volontà, perché possa sopportare il prezzo del vivere umano.

Nessuno sorrida: il sacrificio non è un’idea che poteva valere prima di Freud. Anche dopo Freud deve restare nella nostra pedagogia.

  • Deve restare perché il comodismo è un inganno, come abbiamo detto: la vita non è zucchero filato.
  • Deve restare perché “chi non sa negarsi qualcosa di lecito, difficilmente potrà evitare le cose proibite” (Toth Thiamer, scrittore ungherese vivente).
  • Deve restare perché (la riflessione è finissima!) “una grande felicità ha bisogno di un grande ostacolo” (Robert Musil, scrittore austriaco: 1880-1942).

Tra gioia e sacrificio, infatti, vi è un rapporto di stretto gemellaggio. La felicità nasce sulla pianta che ha radici a forma di croce, si dice in Africa.

D’altronde non è forse vero che una vita troppo facile diventa una vita noiosa? Dobbiamo dare ragione a Gandhi (1869-1948): “La storia del mondo sta lì a dimostrare che non vi sarebbe alcunché di romantico nella vita, se non esistessero i rischi“.

LE CITAZIONI 

Troppo benessere genera il malessere. Genera i gaudenti scontenti. Genera il disagio dell’agio” (Paolo Crepet, psichiatra).

Prendete un circolo, accarezzatelo: diventerà vizioso” (Eugène Ionesco, commediografo romeno: 1909-1994).

La mamma troppo valente fa la figlia buona a niente” (Proverbio).

LA VITE E IL POTATORE 

Un giorno la vite disse al potatore: “Perché mi stai venendo incontro con quelle forbici? Forse mi vuoi potare come si faceva al tempo d’una volta? Buttale via: non sai che adesso i tempi sono cambiati!?“. “Già, rispose il padrone: a pensarci bene non hai torto: non siamo più ai tempi d’una volta!“. E poiché i tempi erano cambiati, non la potò. E così in autunno la vite non ebbe uva. Come al solito, vennero gli amici per assaggiare il vino nuovo. “Non c’è vino nuovo. I tempi sono cambiati!” disse, sconsolato, il proprietario della vigna.