«Ma cosa siete andati a fare per un mese in Ghana?»

È quello che mi ha chiesto l’hostess appena atterrati a Milano, un po’ stanca per il faticoso viaggio fatto di ritardi, cambi di posti e vani tentativi di far spegnere il telefono a passeggeri che facevano finta di non capire. Già, cosa siamo andati a fare? Difficile da riassumere in poche righe, ci provo lo stesso.

Siamo andati a vedere un mondo diverso dal nostro. Un mondo fatto di paesaggi, di natura, di città, di villaggi che finché non vedi non riesci ad immaginare. Un mondo vissuto tutto sulla strada: rossa, polverosa e piena di buche; abitata da bambini che corrono e giocano con poco e niente, da caprette e galline che attraversano senza chiedere il permesso; da donne e uomini di ogni età che entrano fin dentro la macchina per vendere un sacchetto d’acqua fresca o noccioline tostate.

Siamo andati ad imparare il senso dell’accoglienza e della condivisione. “Akwaaba”, che in lingua locale significa “benvenuti”, è la parola che ci ha accompagnati fin dal nostro arrivo dai Salesiani ad Accra e poi a Sunyani: accolti in famiglia da persone che fino a quel momento non sapevamo di conoscere e che adesso sentiamo parte di noi; accolti dai ragazzi dell’Holiday Camp che ci correvano incontro appena ci vedevano, ci abbracciavano stretto durante i balletti in salone o ci dicevano “do it for me” durante i laboratori; accolti dalla gente dei villaggi che nemmeno sapremmo riconoscere se incontrassimo di nuovo. E poi abbiamo sperimentato con mano fino a che punto può arrivare la condivisione: non si riescono a contare le volte in cui qualche bambino ci è venuto incontro offrendoci un biscotto, un po’ di riso o una nocciolina (magari già anche mangiucchiata), sapendo che quello era per lui buona parte del pasto della giornata.
Siamo andati a guardare il nostro mondo con gli occhi di un altro mondo. Lo ammetto, sono rimasto senza parole quanto un animatore della Boys Home mi ha chiesto come mai per un giovane europeo fosse possibile fare un mese o un anno di volontariato in Ghana o all’estero, mentre non fosse così per un giovane ghanese. Sì, in qualche modo me la sono cavata e qualcosa gli ho detto… ma so che la vera risposta tanto non c’è. E resta vero quanto ci diceva quella sera “Big Giò”, frate francescano e missionario da più di quarant’anni in Ghana: “Vi siete mai chiesti perché voi siete nati in Italia e loro qui?”

Siamo andati a leggere la storia dalla parte di chi non ha fatto storia. Ancora mi vengono i brividi pensando alla visita al Forte di Elmina a Cape Coast. Eravamo partiti con l’idea di fare un giorno di relax dopo un mese di attività coi ragazzi; siamo venuti via con impressa negli occhi e nel cuore l’immagine dell’oceano visto dalla stretta feritoia della “Porta del non ritorno”, dalla quale per più di tre secoli decine di milioni di schiavi sono passati per salire sulle barche che li portavano in America.

Un mese in missione non ti cambia la vita, ma cambia il modo in cui guardi la tua vita: è ciò che siamo andati a fare, o meglio a vivere in questo mese in Ghana, “corso di esercizi spirituali predicato dai poveri”. E allora capisco perché continua a risuonare nel cuore il ritornello del canto che abbiamo lasciato come saluto alle comunità che ci hanno accolto.

Mani, prendi queste nostre mani,

fanne vita, fanne amore, braccia aperte per ricevere chi è solo.

Cuori, prendi questi nostri cuori

fa’ che siano testimoni che tu chiami ogni uomo a far festa con Dio.

Don Alessandro Borsello, salesiano

Anna Barattini

Marco Berger

Martina Cociglio

Stefania De Vita

Rachele Galli

Marco Viadana