Forse se provassimo ad andare più lentamente, se ci guardassimo attorno senza fretta, si vedrebbero più cose, si capirebbero di più le persone…

Centro città. Auto in coda. Rallento per far passare un pedone. Il tizio dietro di me ha la mano sul clacson. Mi sorpassa suonando, recupera un posto nella “griglia di partenza”, ma il traffico (e anche lui) è sempre lì, statico. L’unica cosa lenta che vedo è il suo sguardo minaccioso, tagliente, tipico di chi ha fretta e vorrebbe avere le ali.

Mi guardo intorno e mi rendo conto che la lentezza appartiene a pochi. Se siamo in fila al supermercato o in banca, se in coda alle altre auto aspettando che scatti il verde: guai se chi ci precede impiega un attimo in più per sbrigarsi! Ma in un mondo in cui chi si ferma è perduto, chi potrebbe consentirsi il lusso della lentezza? Nessuno, o quasi. Perché chi è lento è considerato un rincitrullito, non ha qualità ma solo difetti.

Non sempre, però, la lentezza è una mera manchevolezza. La lentezza è, piuttosto, un bisogno fisiologico. Lo scrittore Luis Sepùlveda, autore di una straordinaria favola intitolata “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza”, arriva perfino ad attribuire alla lentezza il valore di un comportamento di rottura, di un gesto rivoluzionario. «È una nuova forma di resistenza – afferma – in un mondo dove tutto è troppo veloce. E dove il potere più grande è quello di decidere che cosa fare del proprio tempo». Forse se provassimo ad andare più lentamente, se ci guardassimo attorno senza fretta, si vedrebbero più cose, si capirebbero di più le persone.

Il cervello che regola i nostri comportamenti ci è stato donato proprio come una macchina lenta, che ha bisogno dei suoi tempi e di una sequenza nella sua azione. Noi, invece, facciamo il contrario, e viviamo nell’incubo della lentezza che associamo alla perdita di tempo o, peggio, a una menomazione fisica e mentale. Il desiderio di emulare le macchine rapide create da noi stessi, a differenza del cervello che invece è una macchina lenta, diventa fonte di angoscia e di frustrazione scrive Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia dei Lincei e autore del testo “Elogio della lentezza”. Per avere un’immagine più chiara utilizzo la metafora di una corsa di mezzofondisti. All’improvviso tutti accelerano all’impazzata, come se potessero immediatamente tagliare il traguardo, e uno solo resta indietro, isolato nel suo sgomento: quelli che corrono senza freni siamo noi, con la nostra velocità fuori dalla portata del nostro organismo umano; chi finisce in fondo è il cervello, che continua a funzionare con i suoi tempi.

Quale potrebbe essere la terapia a tutto questo affannarsi? Riscoprire la lentezza. È già questa, forse, una buona terapia contro gli effetti dello stress digitale, dove tutto viene comunicato in tempi record attraverso e-mail, sms, tweet. Solo questo ritmo, non sottoposto alla pressione di continui strappi, porta al vero dialogo ed a una vera ricerca di reciproca conoscenza.

C’è bisogno di autocontrollo, esercizio, insomma, di una grande preparazione. In compenso questa lentezza ci fa ricordare chi siamo, alimenta un dialogo con noi stessi, con gli altri, con l’ambiente circostante, e, soprattutto, ci separa dall’oblio. Il grado di lentezza è direttamente proporzionale all’intensità della memoria; il grado di velocità direttamente proporzionale all’intensità dell’oblio (Milan Kundera).

Domenico Cassese | cogitoetvolo.it