Un tuffo nel passato  che commuove ancora il presente a cura dell’associazione “Cime e trincee” [www.cimeetrincee.it]

Grande interesse per la conferenza sulla Prima Guerra Mondiale organizzata alla Scuola Media “Don Bosco” per i ragazzi di terza. Un resoconto della mattinata con alcune osservazioni da parte degli studenti, testimonianza del valore imprescindibile della Grande Guerra ancora ai giorni nostri.

La Grande Guerra ha sconvolto il mondo intero, per la sua portata di danni e per le nuove armi: baionetta, bombe a gas, TNT, trincee.

La guerra ha interessato tutto il mondo, anche oltreoceano.

L’incontro che si è svolto il 26 febbraio nell’aula magna del Don Bosco è servito ai ragazzi delle terze medie per approfondire il tema della Prima Guerra Mondiale che si sta trattando in queste settimane nelle diverse classi. La conferenza è stata tenuta da tre esperti dell’ ”Associazione Storica Cimeetrincee”, che hanno intrattenuto gli studenti per oltre due ore, parlando dei vari aspetti riguardanti il Grande conflitto.

I relatori erano molto interessanti, anche perché due di loro erano travestiti in modo da rievocare i costumi del tempo di un alpino e di una madrina di guerra.

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Inizialmente l’oratore ci ha fatto un’ampia relazione riguardante gli aspetti generali del grande scontro: ci ha raccontato quello che dovevano subire i contadini che vivevano tra il 1914 e il 1918: erano costretti a vendere il bestiame ai pescecani – coloro che lucravano sulla rovina dei più poveri – per dare cibo ai soldati al fronte. Un altro lato negativo illustrato è stato riguardo alle fabbriche, che dal produrre vestiti si sono convertite a realizzare materiali per il conflitto, oppure un marchio automobilistico come la Fiat si è trasformato in una fabbrica bellica.

La lezione si è spostata successivamente a trattare la vita dei soldati in battaglia nelle trincee: abbiamo saputo che il bisnonno del relatore ha combattuto in battaglia per l’esercito italiano, ma purtroppo è stato dato per disperso; tale fatto ha mosso l’interesse di colui che ci parlava verso la storia e le dinamiche della Grande Guerra.

I momenti che tutti i soldati italiani amavano quando erano la fronte sono tre: la colazione, il rancio e la posta. L’ultimo era il più importante: sicuramente un soldato, avendo notizie da casa, era più “felice”. Alcuni erano analfabeti, ma erano aiutati dai loro compagni, i quali leggevano o scrivevano la lettera.

Dopodiché l’oratore ci ha fatto vedere molte diapositive raffiguranti i resti di diverse trincee italiane, che lui stesso è andato a visitare. Inoltre, ci ha spiegato che ha pubblicato un libro intitolato “Carissima moglie…”, perché è così che iniziava sempre le lettere il suo defunto bisnonno.

In ultimo, ha letto la lettera del tenente Adolfo Ferrero: durante la lettura si è anche emozionato, perché il suo contenuto è molto toccante.

Questa è la lettera originale.


Ore 24 – 18 giugno 1917

“Cari genitori,

Scrivo questo foglio nella speranza che non vi sia bisogno di farvelo pervenire.
Non ne posso però fare a meno: Il pericolo è grave, imminente. Avrei un rimorso se non dedicassi a voi questi istanti di libertà, per darvi un ultimo saluto. Voi sapete che io odio la retorica, …..no, no, non è retorica quello che sto facendo. Sento in me la vita che reclama la sua parte di sole, sento le mie ore contate presagisco una morte gloriosa, ma orrenda…… Fra cinque ore qui sarà un inferno. Tremerà la terra, s’oscurerà il cielo, una densa caligine coprirà ogni cosa, e rombi e tuoni e boati risuoneranno fra questi monti, cupi come le esplosioni che
in quest’istante medesimo odo in lontananza. Il cielo si è fatto nuvoloso: piove.

………. Vorrei dirvi tante cose…….tante…….ma voi ve l’immaginate. Vi amo. Vi amo tutti tutti.

Darei un tesoro per potervi rivedere,……ma non posso…..Il mio cieco destino non vuole.

Penso, in queste ultime ore di calma apparente, a Te Papà, a Te Mamma, che occupate il primo posto nel mio cuore, a Te o Beppe, fanciullo innocente, a Te o Adelina……addio…… che vi debbo dire?

Mi manca la parola; un cozzare di idee, una ridda di lieti, tristi fantasia, un presentimento atroce mi tolgono l’espressione…… No, no non è paura io non ho paura! Mi sento ora commosso pensando a voi, a quanto lascio; ma so dimostrarmi forte dinnanzi ai miei soldati, calmo e sorridente. Del resto anch’essi hanno un morale elevatissimo. ___

Quando riceverete questo scritto fattovi recapitare da un’anima buona, non piangete e Siate forti, come avrò saputo esserlo io. “Un figlio morto per la Patria non è mai morto”.

Il mio nome resti scolpito indelebilmente nell’animo dei miei fratelli. Il mio abito militare, la mia fidata pistola (se vi verrà recapitata) gelosamente conservati stiano a testimonianza della mia fine gloriosa e se per ventura mi sarò guadagnata una medaglia, resti a Giuseppe…..

O Genitori, parlate, parlate, fra qualche anno, quando saranno in grado di capirvi, ai miei fratellini di me, morto a vent’anni per la Patria. Parlate loro di me, sforzatevi a risvegliare in loro il ricordo di me……….

M’è doloroso il pensiero di venire dimenticato da essi……. Fra dieci, venti anni forse non sapranno più di avermi avuto come fratello…….

A voi poi mi rivolgo. Perdono, perdono vi chiedo, se v’ò fatto soffrire, se v’ò dato dispiaceri. Credetelo, non fu malizia, se la mia inesperta giovinezza vi ha fatto sopportare degli affanni, vi prego di volermene perdonare. Spoglio di questa vita terrena, andrò a godere di quel bene che credo essermi meritato.

A voi Babbo e Mamma un bacio, un bacio solo che dica tutto il mio affetto. A Beppe a, Nina un altro. Avrei un monito: Ricordatevi di vostro fratello. Sacra è la religione dei morti. Siate buoni. Il mio spirito sarà con voi sempre.

A voi lascio ogni mia sostanza. E’ poca cosa. Voglio però che sia da voi gelosamente conservata.

A Mamma, a Papà lascio……il mio affetto immenso. E’ il ricordo più stimabile che posso loro lasciare.

Alla mia zia Eugenia il Crocefisso d’Argento. Al mio zio Giulio la mia Madonnina d’oro. La porterà certamente. La mia divisa a Beppe, come le mie armi e le mie robe.

Il portafoglio (L. 100) lo lascio all’attendente.

Vi bacio.

Un bacio ardente di affetto dal vostro

aff.mo Adolfo

Saluti a zia Amalia e Adele e ai parenti tutti.”


La Grande Guerra ha tantissimi lati negativi, come la vita estrema che dovevano passare i poveri soldati, o i terribili armamenti degli austriaci, o i morti che dovevano curare i poveri medici senza esperienza.

Ma ci sono lati bellissimi, che sono rimasti impressi nelle lettere che mandavano i soldati, magari prima di un attacco, scandito dal fischio del terribile Generale Cadorna, testimonianza che anche la più atroce delle condizioni in cui si è costretti a vivere non può cancellare l’umanità del cuore.

Abbiamo voluto raccogliere alcuni aspetti e osservazioni significative di alcuni ragazzi di terza media che hanno seguito la conferenza.


Uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpito è il tipo di armi che veniva impiegato nel periodo della Prima Guerra Mondiale. Infatti ci hanno mostrato fucili a colpo singolo (dopo ogni sparo bisognava ricaricare), baionette (arma bianca), bombe a mano rudimentali…Queste armi mi fanno pensare a quanto fosse più cruenta e sanguinosa quella guerra rispetto alle guerre che vedo in televisione; oggi sembra che la tecnologia si sia impossessata anche della guerra: bombe intelligenti, carri armati corazzati, armi chimiche e nucleari sembra quasi una guerra combattuta da casa.

Un’altra cosa che mi ha colpito è stato l’abbigliamento di allora: scarpe di cartone, abiti fatti da tessuti poveri, mancanza di mezzi di protezione. Anche qui il confronto con i nostri tempi è inevitabile.

Ultimo aspetto è la disperazione che la persona che raccontava aveva provato in quel periodo; la paura di morire e la sofferenza fisica che doveva subire (camminavano anche scalzi per ore sotto una pioggia battente con gli abiti inzuppati sapendo che avrebbe poi potuto morire).

Tutto questo succedeva anche a bambini che non avevano scelto loro di farlo.

Quello che ho ascoltato e visto mi fa pensare che la guerra vada sempre evitata.


Mi ha molto interessato il vedere i cimeli della prima guerra e sopratutto il conoscere il modo di vivere dei soldati. Non pensavo che la Guerra avesse anche questo lato così drammatico: infatti non credevo che ci fossero stati così tanti morti nei vari scontri che si sono susseguiti.


Nel fronte interno i bambini si ammalavano di “febbre spagnola” che causò molte vittime più di quelle che fece la guerra.

Si pensa che la guerra fosse finita il 04 novembre 1918 in realtà terminò molto più tardi perché era necessario smobilitare tutti i soldati e una volta ritornati in patria salì notevolmente la “disoccupazione”.

Visto che la maggior parte della popolazione era analfabeta, le lettere venivano lette dai loro tenenti.

Alcune potenze utilizzavano la “guerra di mina, in cui facevano esplodere alcuni alpini mentre erano nelle loro postazioni, per salvarsi si poteva fare un tunnel di “contromina” ma, prima che si costruiva, si faceva in tempo a saltare due o tre volte.

I momenti più belli per un soldati in trincea erano:

  • la colazione;
  • il rancio;
  • l’arrivo della posta (ne ricevevano molta).

Io penso che uno dei momenti più belli della conferenza è stato quando abbiamo parlato delle lettere che venivano mandate dai familiari ai soldati: la maggior parte di loro era analfabeta e proprio per questo i generai erano disposti a leggere le lettere al posto loro. All’inizio le lettere erano “lunghe”, ma quando la guerra era più vicina le lettere erano più corte, nelle quali si diceva solamente che andava tutto bene e si dava un saluto alla famiglia. Mi ha colpito molto il fatto che se un soldato con aveva nessuno con cui parlare, le madrine di guerra erano disposte a parlare con loro.


Una delle informazioni che più mi ha fatto riflettere della conferenza è che giustamente, per descrivere questa guerra, il termine “GRANDE” sia riduttivo rispetto a tutto quello che il conflitto comporta.

La leva militare ha strappato milioni di ragazzi al futuro che avrebbero potuto avere, li ha privati di una casa, un lavoro e di una famiglia.

Inoltre, essendo gli uomini occupati con la guerra ed essendo le fabbriche vuote, le risorse rimaste erano le donne, utilizzate per proseguire il lavoro industriale. In conseguenza al contatto con le polveri da sparo nelle industrie siderurgiche, molte di loro si ammalavano e finivano poi per diventare sterili.

Oltretutto, i contadini, che si vedevano portar via i propri figli per combattere in una guerra che non desiderava nessuno, dovevano anche continuare a produrre e a coltivare perché all’esercito non mancassero rifornimenti di cibo.

La consapevolezza più importante che mi è rimasta dalla conferenza è che non importano granché i motivi che spingono ad entrare in guerra, perché sia che siano politici, economici o religiosi, non esiste una guerra “giusta”, in nessun caso, non risparmia nessuno.


Di questa conferenza mi ha colpito molto il fatto che i medici dovevano avere tre caratteristiche importanti: “l’occhio di falco” ( prontezza,intervento…), “cuore di leone” (per le persone che erano sfigurate, sventrate…), ma anche “mano di donna”, perché erano loro che intervenivano nelle operazioni chirurgiche. Sono rimasta  impressionata dal fatto che i soldati, per essere operati, venivano ubriacati  perché l’anestesia non c’era. L’ultimo aspetto che mi ha colpito maggiormente sono state le lettere che i soldati mandavano alle proprie famiglie e anche per i familiari l’arrivo della posta, perché se tardava, per loro era come morire.


Mi ha colpito la lettera di  un soldato …riconoscente per quello che sta succedendo e che dopo cinque ore sarebbe scoppiata la bomba e lui era certo di morire: egli ha ringraziato la propria famiglia e ha raccomandato di non dimenticarlo. In altri casi, dopo avere letto una lettera spedita dalla propria famiglia, magari dopo due minuti, questo soldato moriva …magari aveva appena letto che sua moglie era rimasta incinta …queste sono le brutte conseguenze della guerra.


Io sono rimasto colpito da diverse informazioni; la prima è sicuramente riguardo alle lettere che mandavano i soldati alle loro famiglie: una lettera letta dal commentatore mi ha fatto pensare a quanto siamo fortunati ad abitare in una casa con delle persone che ci amano e noi non soffriamo; un’ altra cosa che mi ha colpito è stata sicuramente che i ragazzi molto giovani i così detti “Ragazzi del ‘99” dovevano andare in guerra, anche se loro non lo sceglievano per la mancanza di soldati ,una cosa molto triste è sicuramente il pensare tutte quelle persone, ragazzi che sono morti in guerra per difendere e tenere stretta la nostra nazione e che lottavano con tutto il cuore. Anche le modalità di guerra mi hanno fatto pensare molto perchè, quando scoprivi che stavano scavando sotto i tuoi piedi e tu non potevi fare nulla, se non aspettare l’esplosione delle bombe. Sulle lettere ancora mi ha impressionato che molte persone erano analfabete e andavano a fare leggere le lettere dai loro comandanti e magari essi davano loro belle notizie, come, per esempio, che erano diventate papà, e un attimo dopo a causa di una bomba oppure da un attacco nemico, non trovavi più la persona a cui stavi leggendo e alla fine la vedevi in mezzo alla terra che stava soffrendo e tu non eri in grado fare nulla se non aspettare la morte.


Mi ha impressionato che in questa guerra non morivano solo i soldati che combattevano sui fronti, ma anche bambini e anziani a causa della “febbre spagnola”, chiamata così perché spiegata per la prima volta dai giornali spagnoli. Perr concludere mi ha colpito anche sentire che i soldati dipendevano da una parte di giornata molto importante per loro, l’arrivo della posta: era  il momento in cui loro potevano avere notizie della loro famiglia e spiegare loro come stavano, ma senza rivelare niente sulla guerra. Sono stata anche molto contenta di sapere che esistevano delle donne, le “madrine di guerra” che si prendevano la responsabilità di scrivere ai soldati che non avevano nessuno e mi ha fatto molta simpatia il fatto che molto spesso i soldati se ne innamoravano.


Quello che mi ha colpito di più di questa “conferenza” è stato il racconto della “ vita” dei soldati e i loro tre momenti preferiti: colazione, rancio  e l’arrivo delle lettere. Su quest’ ultime, il signore  ha fatto “una parentesi”: la maggior parte dei soldati era analfabeta (intorno al 50%) essi dovevano andare dal comandante o da qualcuno che sapesse leggere e ”tradurre” le lettere che mandavano i loro cari. Durante i pasti, i soldati si sentivano uomini ed era l’unico momento in cui la guerra era il secondo pensiero. Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere, è la medicina: con tutti i feriti che c’erano, hanno incominciato a “costruire” i primi “ospedali” per curare i soldati sul campo “di battaglia” . Le bombe erano imprevedibili  e molti soldati rimanevano colpiti,  alla maggior parte mancava un arto (braccio, gamba) così hanno incominciato a progettare le prime protesi.

Penso che la guerra sia stato un grande errore, troppi uomini, ma anche famiglie sono state distrutte a causa della cieca visione di chi pensava che solo in questo modo si potessero risolvere tutti i problemi.


La cosa che più mia ha interessato è stato il racconto della vita dei tenenti e soldati nelle trincee, tra i quali si creavano grandi rapporti e diventavano presto non più solo compagni di malaugurata sorte, ma quasi fratelli, costretti a vivere nella sofferenza continua e nelle condizioni più inumane, spesso vedendo cadere i loro compagni senza poter muovere un solo muscolo per non finire nelle grinfie di un crudele generale supremo o sotto il fuoco nemico, vivendo costantemente rannicchiati in fossi fangosi e putridi, come se il destino li considerasse già morti, aspettando l’unico momento nel quale potevano sentirsi ancora vivi: l’arrivo della posta, spesso dei propri cari, di soldati ormai amici ma ridispiegati altrove o delle madrine di guerra, tanto buone e gentili con i soldati più bisognosi di affetto.

Un altro elemento che mi ha rapito sono state le strategie vincenti e perdenti di tutti gli schieramenti, l’eroismo di alcuni uomini, costretti a cantare come unico rimedio per la paura che li sopraffaceva, per il dolore provato ma soprattutto per ricordare e per essere ricordati, delle innovazioni di terrificanti macchine di morte capaci di eliminare migliaia di uomini e ragazzi nell’arco di quarantacinque minuti senza lasciare alcuna traccia all’infuori di un enorme buca nella quale solo Dio può oramai sapere chi ci è sepolto, oppure armi tanto crudeli da lasciarti morire lentamente, assillato da atroci dolori prodotti da armi innovative come fucili e mitragliatrici o da gas mortali che ti corrodevano le carni e dall’interno, come la paura e il dolore che guidano gli uomini alla follia.


Mi hanno colpito diversi aspetti tra i quali le potentissime armi utilizzate e i loro proiettili che potevano percorrere lunghe distanze e uccidere molte persone. Mi ha colpito anche la difficoltà e la crudeltà di questa guerra e le condizioni in cui vivevano, o meglio, sopravvivevano, al freddo o al caldo, in mezzo ai loro escrementi in neanche un metro quadro dove a volte ci passavano anni. Un’ altra cosa che mi ha fatto riflettere è l’importanza che era per gli operai scrivere o potersi relazionare con i propri familiari o con le cosiddette “madri di guerra”; infatti potevano fare a meno di un pasto durante la giornata, ma non all’arrivo della lettera che li supportava ed era l’unico modo affinchè i soldati avessero qualcosa in cui credere.


Qualcuno dei ragazzi ha scritto: La memoria di giovani usati come carne da macello non deve perdersi, la memoria di giovani anime ormai perdute, uccise da un inutile conflitto che ha solo aperto le porta ad un altro, diverso ma sempre orribile. Dobbiamo imparare dal nostro passato per non commettere gli stessi errori in futuro. Ci pare una giusta conclusione che mette in luce come la conoscenza della storia non attraverso le testimonianze di chi l’ha vissuta possa comunicare  insegnare molto anche agli uomini e alle donne del 2016.