una famiglia che si dichiara atea eppure decide di visitare una scuola cattolica… Che bell’esempio di apertura mentale, di intelligenza, di umanità!

Mi rimarrà a lungo impresso nella memoria il fugace incontro avuto nel recente Open Day di sabato, al termine di una presentazione della “Didattica al Don Bosco” per un gruppo di persone in visita al nostro istituto. Una famiglia, prima di uscire, mi si è avvicinata, dichiarandosi atea, ma anche molto interessata all’impostazione metodologica della nostra scuola. “È possibile essere esentati dall’ora di religione anche da voi?”, mi è stato chiesto.

In pochi minuti, rubati al termine di una presentazione già tiratissima nei tempi e per nulla esaustiva, prima di una nuova presentazione per un altro gruppo di persone, elaborare una risposta completa ed esauriente non era possibile, per cui mi sono limitato a chiarire pochi elementi essenziali, cercando di rendere l’idea del nostro atteggiamento nei confronti del problema. Ma sento la necessità di scrivere in merito alla vicenda, perché la considero molto significativa in sé e ricca di implicazioni. Non che un tema del genere possa essere trattato a dovere in un articolo come questo: tuttavia, qualche chiarimento ulteriore è necessario offrirlo.

Anzitutto, vorrei che fosse evidente il senso di ammirazione che ho provato per quelle tre persone (madre, padre e figlia) che, semplicemente, mi hanno impartito loro un magnifico insegnamento: una famiglia che si dichiara atea eppure decide di visitare una scuola cattolica… Che bell’esempio di apertura mentale, di intelligenza, di umanità! Molte persone di fede (di qualsiasi fede) e di cultura dovrebbero prendere ripetizioni, in tale prospettiva.

Da un punto di vista meramente tecnico, la risposta sarebbe comunque piuttosto semplice: la nostra è una scuola paritaria, per cui, per quanto sia anche cattolica, tutti possono iscriversi, purché, appunto, consapevoli del nostro progetto e della nostra proposta. Tale progetto e tale proposta, per quanto orientati specificamente, non potrebbero mai permettersi di andare oltre alla loro stessa natura: nessuno si sognerebbe mai di far violenza al recinto sacro della coscienza individuale. Don Bosco poneva la religione nel mezzo di due fondamentali protettori: la ragione e l’amorevolezza. Oso dire, anzi, che, separata da queste due, la religione diventa persino pericolosa: e non mi sembra che di questi tempi sia difficile trovare esempi, a riguardo.

Detto ciò, va anche precisato che l’esenzione dall’ora di religione qui da noi non è possibile. Intanto, ho percepito nei miei interlocutori il solito equivoco: l’ora scolastica di religione non è un’ora di indottrinamento catechistico, ma un momento fondamentale per conoscere un aspetto della storia umana che non si può trascurare. Come comprendere, per esempio, tutta la storia dell’arte senza l’ausilio di una cultura della religione? Come pretendere di capire Leopardi senza smascherare il suo segreto interlocutore, Dio stesso, tanto rimosso quanto inevitabilmente implicato in ogni suo ragionamento? Restiamo comunque all’ora specifica di religione: che non si debba confondere con un’ora di catechismo è dimostrato dal fatto che nei tre anni si presentano le varie religioni del mondo, o quanto meno le più diffuse, e non solo quella cristiana. In questa prospettiva, tale insegnamento dovrebbe essere, dal mio punto di vista, saldamente curricolare in tutte le scuole, anche laddove si voglia impostare la materia nel modo più laico possibile. Perché un ateo non dovrebbe essere interessato e magari persino diventare titolare dell’insegnamento dell’ora di religione?

Quest’ultima domanda, un po’ paradossale, sembrerà soltanto retorica e provocatoria. Qui, in effetti, stiamo uscendo dal problema meramente tecnico dell’iscrizione di un ateo nel nostro istituto.

Quello che ho cercato di comunicare, in quella occasione, è stata l’idea che la distanza tra un ateo e un credente è minore di quello che si pensi. Né il primo può dimostrare la non esistenza di Dio né il secondo la sua esistenza. In altri termini, anche un ateo è un credente: crede infatti che Dio non esiste.

Non si tratta di un sofisma, ma un modo diretto per smontare il pregiudizio secondo cui il Dio che noi cristiani cerchiamo sia una sorta di versione per adulti di Babbo Natale. Se un dialogo tra un ateo e un credente (o tra due credenti di religioni diverse) può esserci, nessuno deve surrettiziamente presupporre di possedere la verità. Su questo fronte, impariamo dai musulmani, così vicini a tanta mistica cristiana, quando ricordano i 99 nomi di Dio, ovvero la sua irriducibilità a qualsiasi nostra categoria mentale (giacché il centesimo nome resterà sempre misterioso). Anche il cristiano del terzo millennio ha le sue ragioni per credere, e intendo proprio dire che dovrebbe essere in grado di addurre argomenti scientifici a riprova delle propria visione della realtà.

Senza entrare nel terreno teologico e filosofico del confronto fra Dio e il Nulla degli atei (chissà, forse un giorno troverò il tempo e le energie per tentarlo), vorrei che fosse proprio questo il punto di non ritorno toccato dall’incontro con quella famiglia: l’idea che si possa dialogare a partire da posizioni diverse senza per questo voler far proseliti. Non è forse quello che ci sta insegnando anche l’attuale Papa? Ecco, vorrei che per la mia scuola, come per la Chiesa, per qualsiasi confessione religiosa e per ogni uomo di cultura, si fosse ormai oltrepassata, in modo irreversibile, questa soglia. La verità spira su tutti gli oceani, non si lascia confinare, è a un battito appena da tutti i cuori: nel punto esatto in cui una persona scopre il fondamento di sé stessa nello spazio che la relaziona all’altro.

Assenza o Presenza, Nulla o Dio: ciò che è ormai scientificamente provato è che l’esistenza si manifesta in tutta la sua magnificenza soltanto nell’Amore.