di Alessandra Di Pietro, LA STAMPA, 21/10/2015

Nuovi prodotti e sballo concentrato: come cambiano i riti collettivi.
Bere è un modo per divertirsi, dice lo psicologo, «per anestetizzare la tristezza o migliorare una prestazione, che di solito consiste nell’apparire allegri e scatenati nella società dell’immagine e dei social»

ROMA
Siamo i genitori che invecchiano con le All Star ai piedi e fanno l’aperitivo al wine bar sotto casa, ma quando ci troviamo davanti un figlio che torna a casa brillo dopo una festa di 16 anni, il cuore ci salta in gola e le domande si affollano: che danni alla salute si fa adesso e quali gli rimarranno dentro da grande? E se sale in macchina con qualche amico squinternato? C’è un modo per fargli capire che è meglio non bere a questa età, meglio iniziare il più tardi possibile e imparare a farlo con criterio? Su quali canali mi devo sintonizzare per capire, ascoltare e aprire un dialogo? «Non viviamo in un mondo perfetto. Non basta dire ai ragazzi che l’alcol fa male perché smettano di berlo e non dovrebbe sorprenderci, basta guardare a noi adulti, forse siamo esenti da golosità, vita sedentarie, sigarette e aperitivi sotto casa?» Queste parole della sociologa Franca Beccaria, sono la perfetta introduzione a Il gioco della bottiglia. Alcol e adolescenti, quello che non sappiamo (Add editore) un reportage giornalistico tra storie di vita e pareri di esperti. Il libro nasce dall’esigenza di indagare l’allarme mediatico sul consumo di alcol tra i minori ma si muove nella certezza che il clamore e i divieti non risolvono un problema che c’è ed è reale.

I BINGE DRINKERS
Secondo i dati Espad (indagine europea che coinvolge circa 40 Paesi europei), in Italia due milioni di studenti negli ultimi 12 mesi hanno bevuto almeno una volta alcol, il 55% di loro lo ha fatto meno di dieci volte, quasi 400.000 (il 20%) una volta al mese, per circa 500.000 il consumo è stato più assiduo (fino a 20 volte o più durante l’anno). Se guardiamo i numeri, dice Sabrina Molinaro del Cnr, non ci sono impennate, ma aggiunge Beccaria che «il consumo è sfacciato e visibile anche se la legge vieta la vendita ai minori», regola violata giorno e notte altrimenti non staremmo qui a discuterne. Soprattutto aumenta la quantità di «binge drinkers», ragazzi che bevono solo ogni tanto, ma quella volta bevono più di sei bicchieri.

L’unica raccomandazione possibile per i minori è: ZERO ALCOL. Nel corpo ancora in crescita manca, o funziona a bassissimo regime, l’enzima che serve a metabolizzare l’alcol, questo vuol dire danni per fegato e apparato digerente, mentre il cervello è impegnato in una crescita delicata su cui è saggio non interferire. Per le ragazze, poi, il rischio è maggiorato da una ridotta capacità di smaltimento e dall’interferenza con i recettori degli estrogeni.

L’alcol è di sicuro la sostanza psicoattiva più dannosa, accessibile, economica e allo stesso la più diffusa nella nostra società essendo legale, ma farne il fenomeno numero uno della devianza dei ragazzi, significa creare uno stereotipo che racconta una parte degli adolescenti come fosse il tutto, ne riduce la loro complessità, permette di lavarci la coscienza con una sentenza moralista buttata lì – magari rimpiangendo i tempi andati come se fossero stati sempre migliori. L’abuso dell’alcol tra i ragazzi, invece, ci chiama in causa. Grande è stato lo stupore e l’imbarazzo ogni volta che gli adolescenti hanno evocato il bisogno di avere genitori presenti, autorevoli, capaci di essere un confine e di porre un limite. La serietà di Lavinia, una delle ragazze intervistate, quando dice: «Devi avere qualcuno cui dare conto quando ritorni, ti aiuta a tenerti entro i ranghi, eccome».
Prima di puntare il dito su di loro, è bene accendere una luce sopra di noi. E ascoltare quello che hanno da dirci, valorizzando le loro esperienze. La storia di Jacopo, un ragazzo astemio, ad esempio, è fantastica e la sua capacità di dare valore a ciò che per il gruppo è un disvalore («non farsi») è notevole. In Europa, e in particolare nella superalcolica Finlandia, stanno crescendo quelli che come lui non toccano alcol. Forse è il desiderio di distinguersi dalla massa? Bello! Perché non dare valore e visibilità a questi fenomeni? I ragazzi non sono tutti uguali e però li sintetizziamo tutti in un unico titolo, come se fossero una categoria sola. Presi come siamo dalle percentuali di chi ha comportamenti a rischio, ci dimentichiamo di guardare l’altra faccia della medaglia, tipo quel 44% che nell’ultimo mese non ha bevuto, o chi si tiene entro la misura di una birra al mese ma è una quantità distante dall’abuso che ci fa salire ansia e preoccupazione.