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Le malattie dell’educazione: 1. La figliolite

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

L’acqua può essere inquinata, l’aria può essere inquinata, il cibo può essere inquinato: tutto può essere inquinato!

Anche l’educazione. L’inquinamento pedagogico nasce da alcune malattie da cui possiamo tutti essere contagiati.

Le più diffuse, oggi, in Italia ci pare siano quattro: la ‘figliolite’, la ‘tarantolite’, la ‘sclerocardia’ (la ‘durezza di cuore’) e il ‘rachitismo’ psicologico.

LA FIGLIOLITE

La ‘figliolite’ è la malattia dei genitori che stravedono per i figli, la malattia di genitori che non si decidono mai a tagliare il cordone ombelicale.  Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 13. Lasciare un buon ricordo

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

E così siamo giunti alla tredicesima mossa fondamentale dell’arte di educare: “lasciare un buon ricordo”.

Un buon ricordo, portato con noi fin dall’infanzia, può fare la nostra salvezza.

Ecco perché anche questa mossa non può essere affatto sottovalutata.

L’ARTE DI ESSERE INDIMENTICABILI!

“Il valore dei ricordi dell’infanzia” è il titolo di un libro nel quale l’autore, Norman B. Lobsens, riporta le risposte date alla domanda: “Qual è il più bel ricordo che hai dei tuoi primi anni?”.

La prima risposta riportata è quella del figlio stesso dell’autore.  Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 12. Fare festa 13. Lasciare un buon ricordo

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Le nostre tredici mosse dell’arte di educare si stanno esaurendo.

Ne restano due. Forse le più simpatiche, certo così fondamentali che, qualora mancassero, renderebbero inefficaci tutte le altre. Stiamo parlando della mossa del “fare festa” e del “lasciare un buon ricordo”.

DIRITTO ALLA GIOIA

La gioia è un diritto del figlio. Un diritto assoluto perché senza gioia la vita è invivibile. Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 11. Far faticare

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Anche “far faticare” è una delle mosse fondamentali dell’arte di educare.

Nessuno ci fraintenda! Non vogliamo vedere i ragazzi soffrire, non vogliamo tornare al pane nero.

Se parliamo di fatica, è esclusivamente perché non vogliamo ingannare i nostri figli: ci sta a cuore che crescano liberi e forti.

LA GRANDE TRUFFA

A mio figlio non deve mancare niente; non vogliamo che soffra quello che abbiamo sofferto noi, non vogliamo che faccia la nostra vita…“: è la litania che ha contagiato, si può dire, tutti i genitori ultima generazione!  Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 7. Castigare

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Ecco un verbo poco gradito e poco frequente nel linguaggio contemporaneo. Eppure… Castigare fa parte dell’arte di educare. E come tutte le arti vanno imparate. Anche don Bosco nel suo “Sistema Preventivo” ha un reparto sui castighi. Una pagina che trasuda amore e grande attenzione al ragazzo da amare, ma di un amore che fa crescere.

 Intanto sia subito chiaro:

castigare non è il verbo più importante dell’arte di educare.  Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 6. Risplendere

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

L’arte di educare non è per gente pigra!

Impiantare un uomo nuovo richiede un insieme di mosse magnifiche, ma impegnative! Le stiamo snocciolando, di settimana in settimana. Ormai, dopo 1.Seminare 2.Tifare 3.Aspettare 4.Amare 5.Parlare, siamo alla sesta: risplendere!

‘Risplendere’, sì, perché educare non è salire in cattedra, ma è tracciare un sentiero.  Continua a leggere

Se vuoi andare in gita, lascia a casa lo smartphone

Paola BellettiPaola Belletti

n aut aut, in alcune scuole già praticato, consigliato da Paolo Crepet come intervento necessario per prevenire anche il cyberbullismo.

No. Non è un articolo sul “dove andremo a finire”. Non è l’ennesimo arrangiamento del tema “non ci sono più i giovani di una volta”.

È un racconto, breve. La morale non ci sarà perché non è una favola. Non sarà nel testo ma occorrerà torni a risvegliarsi in tante teste. Dei giovani? Sì, certo. Anche. Ma soprattutto nelle nostre. Di quelli che magari parlano ancora di sé come di ragazzi anche se abbiamo già 35, 40 anni. Degli adulti, degli educatori. Non per competenza, ma per stato.

Siamo adulti, educhiamo. Stiamo educando, anche con il nostro non far nulla in proposito o restando in quella interminabile fase incoativa. Adolesco, adolescere. Stare per diventare adulti. Ecco, ora basta. Ora abbiamo bisogno di participi passati, di cose compiute e di metterci a fare i grandi.

E per esempio di dire al figlio -lui sì a pieno diritto adolescente– che se va in gita lo smartphone lo lascia a casa. “Ma mamma tutti gli altri ce l’hanno!”
“Non importa, tu no. Loro vedranno lo schermo e tu piazza S. Marco in diretta, dai tuoi occhi. Non da Facebook”.

Ecco, ho impostato, pur avendo dichiarato il contrario, la modalità “sermoncino digitale”.

Volevo invece farvi conoscere innanzitutto la proposta dello psichiatra, sociologo e scrittore Paolo Crepet nella quale mi sono imbattuta qualche tempo fa: divieto di portare i cellulari in gita, meglio ancora vietarli a scuola. Del tutto.

“Ci sono istituti che già lo fanno”, riferisce. E la cosa funziona. Una maggiore severità disciplinare, soprattutto su questo tema, sarà già nel medio periodo premiata dalla scelta dei genitori, ipotizza con ragionevole approssimazione.

Racconta di una scena vista coi suoi occhi, a Venezia: una lunga comitiva di ragazzi in gita, su e giù per ponti, campi e calli, con la testa reclinata sullo schermo e il passo incerto e un po’ ebete di chi non guarda dove va. E il professore che urlava “Buca!”, “Gradino!”, …

No, davvero. Tutti i distinguo che tentiamo di fare noi genitori, per noi stessi e i nostri figli, dovrebbero saltare di fronte a queste scene. Spesso nemmeno noi adulti sappiamo regolarci e temperare l’uso dello smartphone. Una sbirciata a Facebook, un retweet qua, un commento là. E fammi vedere quel post così ironico se sta crescendo coi like! Devo imparare a usare Instagram meglio perché è il social del momento, mi hanno detto…

E le chat. Le sottochat. Le controchat. I video. Quelli segreti e quelli subito virali. E il mondo intorno, quello materiale, con gli spigoli, le buche per le strade, con le facce vere, (quelle che vedendole da vicino forse non avresti il coraggio di apostrofare con quel commento acido) così  si allontana.

Il mondo, la realtà così spesso scomoda e poco accomodante, si riducono quasi ad un porta smartphone. Un supporto, sfondo per i nostri selfies.

«Parliamoci chiaro: non agire sull’uso dei cellulari a scuola significa rifiutare di prevenire le conseguenze più spiacevoli. Lasciare che i più giovani utilizzino il cellulare sempre, quando vogliono e come vogliono, significa che poi ci si riduce a fare i “pompieri”, a intervenire sempre cioè sull’emergenza.” Questo il commento di Paolo Crepet (su Oggi scuola) che in molte occasioni insiste sulla necessità delle regole, di divieti precisi, di un esercizio sano e “sanificante” dell’autorità.

Se si va in gita, allora, niente smartphone. Di furbi bastate voi, ragazzi.

Questo –e molto altro–  dovremmo dire ai nostri figli, agli alunni. Ma intanto si può cominciare così.

Fuori e dentro di voi c’è un mondo. La cosiddetta realtà aumentata è una bugia; perchè prima è stata ridotta (dice Fabrice Hadjadj). È l’uomo, come nessun’altra creatura, che è una realtà enorme, incommensurabile«Anima est quodammodo omnia» (Summa Theologiae).

La virtualità, se lasciamo che occupi del tutto la nostra vita, le nostre occupazioni, se diventa il teatro principale delle nostre azioni non aumenta la realtà, ma storna noi da noi stessi e dall’altro (con conseguenze spesso tragiche, perchè l’altro non è un profilo social e prova emozioni e dolore).

E pure dalle cose belle, fuori di noi. Che ci parlerebbero davvero, di noi uomini. Perché una cattedrale, una piazza, un affresco, anche una struttura modernissima, o un telescopio, un film, un giardino, un libro, quelle sì dicono qualcosa alla mia natura umana.

Per scoprirci dobbiamo incontrare altro da noi e non sempre il nostro io nei suoi aspetti più volatili e marginali (come il comportamento d’acquisto, i gusti in fatto di moda, le scelte di mete turistiche, la musica) riscodellatoci di continuo su tutti gli strumenti dotati di monitor nei quali ci “logghiamo”.

Serve una reazione culturale, non possiamo ridurci così solo perché qualcuno della Silicon Valley ha deciso che questo è il futuro”, conclude Crepet.

Mi pare che gli si possa dare ragione. E sì, anche lo smartphone può essere considerato ammirabile come prodotto dell’ingegno umano; non prima però di aver recuperato la nostra capacità di meraviglia e avere rafforzato l’abilità di fare schermo noi, con la nostra intelligenza, il nostro senso critico, all’invasione digitale.

(State leggendo da mobile? «Buca!»)

L’alcol dei millennials: bevono meno ma prima

Avvenire, Diego Andreatta, domenica 15 ottobre 2017

Gli adolescenti sottovalutano il rischio.

Il primo bicchiere in terza media.

Il ruolo moderatore della famiglia

In terza media tre quarti degli adolescenti hanno già «provato» almeno una bevanda alcolica, ma il 52% non ne beve mai e il 39% solo occasionalmente. Si sapeva già che il «battesimo» dell’alcol in Italia fosse precoce (meno peraltro Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 3. Aspettare

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Siamo nella cultura del “tutto-e-subito”, “usa-e-getta”… In campo educativo la fretta produce guai irreparabili. Occorre saper aspettare. Proprio come fa il contadino con la pianta. Lui fa la sua parte ma poi aspetta che il tempo, la natura… facciano il loro corso e con la calma e le giuste attenzioni prima o poi si raccoglieranno buoni frutti.

Siamo alla terza mossa dell’arte di educare: ‘seminare‘ è la mossa di partenza; ‘tifare‘ è la mossa che incoraggia a crescere; ‘aspettare‘ è la disposizione all’attesa dei frutti nel figlio per non scardinare tutto in partenza. Continua a leggere

L’ARTE DI EDUCARE: 2. Tifare

Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Il bambino ha bisogno di sentire vicino persone che fanno tifo per lui. E’ una manifestazione di affetto e di fiducia che lo rende in grado di affrontare anche situazioni che gli incutono un certo imbarazzo se non addirittura paura.

Ma con il tifo dei genitori e degli insegnanti….

Sì, avete letto benissimo: la seconda mossa strategica dell’arte di educare è “tifare“. Continua a leggere