Pino Pellegrino (Bollettino Salesiano)

Continuiamo a proporre le principali mosse dell’arte di educare.

Siamo partiti dal “seminare”, siamo passati all'”aspettare”, al “parlare”, all'”amare”… ed eccoci al “guardare”: guardare il figlio.

Una mossa che, in prima battuta, può sembrare di poco conto! In realtà gli occhi hanno un potere eccezionale!

L’ARTE DEL GUARDARE IL FIGLO 

Il contatto visivo è una delle più potenti vie di educazione (o diseducazione). 

Gli occhi parlano più forte della voce: sono il canale attraverso il quale trasmettiamo i nostri pensieri, le nostre emozioni.

Gli occhi possono trasmettere rabbia, tristezza, sdegno, disprezzo, freddezza, oppure calore, tenerezza, accoglienza, gioia, speranza, conforto, amore (lo sanno bene i fidanzati che talora sembrano mangiarsi con gli occhi!).

Guardare il figlio è come dirgli: “Tu esisti per me, tu sei entrato nei miei pensieri, nei miei affetti“.

Nei campi di concentramento tedeschi era severamente proibito ai prigionieri di guardare negli occhi i loro carcerieri. Lo sguardo avrebbe potuto intenerirli!

Insomma, una cosa è certa: se guardassimo i figli almeno come guardiamo il bagno e l’automobile, avremmo ragazzi meno tristi, meno infelici, meno delusi della vita.

“Se guardassimo…”: è una parola!
SGUARDI SBAGLIATI E SGUARDI BUONI

Si tratta di guardare con arte, cestinando gli sguardi sbagliati, per scegliere esclusivamente, gli sguardi buoni. Sguardo sbagliato è, ad esempio, lo sguardo poliziesco che tacchina in continuazione il figlio senza mai lasciarlo libero di respirare, di muoversi, di uscire, di scendere in cortile per giocare… Sguardo sbagliato è lo sguardo minaccioso dei genitori che mirano di più a farsi ubbidire che a convincere. Terzo sguardo sbagliato è lo sguardo indifferente. Questo è il peggiore in assoluto! L’indifferenza è la bestia nera di tutti i figli del mondo! La pericolosità dello sguardo indifferente sta nel fatto che può azzerare quella grande forza cosmica che è la voglia di vivere! Lo sguardo indifferente manda a dire al figlio: “Tu sei nessuno“. Messaggio che taglia le radici alla vita! A ben pensarci, non è forse vero che ha senso essere al mondo solo se si è per qualcuno? Davvero: gli sguardi sbagliati sono l’inverno; gli sguardi buoni sono la primavera. Sguardo buono è lo sguardo generoso che vede nel figlio ciò che nessuno vede. Sguardo buono è sguardo sempre nuovo: vede che il figlio cambia e quindi si adatta alla sua crescita (vi è un abisso tra il bambino e l’adolescente: trattare il figlio da perenne bambino è uno sbaglio da cartellino rosso!). Sguardo buono è lo sguardo ottimista, incoraggiante, luminoso: lo sguardo che dà valore al figlio e tifa per lui. Aveva tutte le ragioni il filosofo francese Louis Lavelle (1883-1951) a sostenere che “il maggior bene che possiamo fare agli altri non è comunicare loro la nostra ricchezza, bensì rivelargli la loro“. Fortunati i figli che hanno genitori con gli occhi simili (per quanto è possibile!) a quelli del ‘facchino di Dio’ don Orione (1872-1940) che, come ricorda il professor Enrico Medi (1911-1974) “ti bruciavano l’anima e ti entravano dentro come la luce esce dagli angeli“. I genitori con tale sguardo hanno la patente pedagogica a punti pieni!

PERLE 
“Amare qualcuno significa essere l’unico a vedere un miracolo che per tutti gli altri è invisibile” (François Mauriac, scrittore francese).

“Alcuni uomini trasformano un puntino giallo in sole, altri il sole in un puntino giallo” (Pablo Picasso, pittore spagnolo).

“A me basta guardare. Gli occhi trovano sempre la loro pastura ovunque” (Lalla Romano, scrittrice).

“Gran parte dei difetti dei fratelli sono nella retina dei nostri occhi” (Igino Giordano).

Gli uomini sono strani! Costruiscono soffitti bellissimi e poi camminano sui pavimenti!
Se chiudiamo gli occhi per un minuto, perdiamo sessanta secondi di luce.

GLI OCCHI E LE PALPEBRE 

Un giorno un discepolo si macchiò di una grave colpa.

Tutti si aspettavano che il maestro lo punisse in modo esemplare.

Ma passò un anno ed il maestro non diede segno di reazione.

Allora un altro discepolo protestò: “Non si può ignorare ciò che è accaduto. Dopo tutto, Dio ci ha dato gli occhi per vedere!“.

Il maestro replicò: “È vero, ma ci ha anche dato le palpebre per chiuderli!“.

GESÙ E IL CANE MORTO 

Un giorno Gesù (così racconta un vangelo apocrifo, cioè un vangelo che la Chiesa non ritiene ispirato) vide un gruppo di uomini che guardavano per terra e parlottavano.

Che puzza!“, diceva uno. “Che schifo!“, aggiungeva l’altro. “Che carogna!“, sbuffava il terzo.

Si trattava di un cane morto da qualche giorno.

Gesù rimase un momento in silenzio e poi disse: “Ma che bei denti ha ancora!“.

IL LADRO. L’ARTISTA. L’AVARO. IL SAGGIO

Una volta un ladro, un artista, un avaro e un saggio che viaggiavano insieme, scoprirono una grotta tra le rocce.

Il ladro disse: “Che splendido nascondiglio!“.

L’artista: “Che posto splendido per dipingere murali!“.

L’avaro: “Che splendido forziere per un tesoro!“.

L’uomo saggio disse semplicemente: “Che bella grotta!“.

Il grande psicanalista austriaco Bruno Bettelheim (1903-1990) ammoniva: “Non puntate ad avere il bambino che piacerebbe a voi. Abbiate rispetto per ciò che il bambino è!”.